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IL FALLIMENTO DI COPENHAGEN

 

da IL SOLE 24 ORE

 

Per capire davvero perché la Conferenza sul clima di Copenhagen è finita in un mesto zero a zero dovreste chiedere al presidente Bush padre quanto è difficile mettere d’accordo il mondo. Parlare di surriscaldamento del pianeta mentre gran parte dell’Italia e degli Stati Uniti sono sotto la neve e il gelo sembra bizzarro, ma è doveroso. Che l’inquinamento sia un pericolo è chiaro: dove ci dividiamo è sul che fare?

Copenhagen è fallita perché tutti i suoi attori hanno fallito. Gli scienziati per primi: anziché discutere e ragionare, con umiltà, sul rischio dei gas serra, si sono lasciati andare a trucchetti da propagandisti, rubacchiando e mail e dati, con il goffo risultato di rendere ancora più scettica la già cinica opinione pubblica. Né i negazionisti dell’effetto serra escono meglio, non guardano neppure la roccia dove un giorno c’erano i ghiacciai e sfuggono al dato del buon senso: nel dubbio è bene limitare i rischi.
Quando la parola, dagli attivisti che ormai, pro o contro, fanno caciara e non battaglia di idee, è passata ai leader politici, il circo Copenhagen ha dato il peggio. Tra riunioni, steering committes, caucuses, commissioni, pranzi e colazioni di «lavoro», s’è deciso di nulla decidere e di rinviare tutto al 2010, sperando in chissà che cosa.

E cosa c’entra il presidente Bush padre, il vecchio George Herbert Walker, direte voi? Fu lui il primo, caduto il muro di Berlino 20 anni or sono, a capire quanto è difficile il multilateralismo, mettere insieme la volontà di paesi grandi e piccoli, poveri e ricchi, di varie fedi, latitudini e interessi. Ci provò con la I guerra del Golfo, convocata con egida Onu per sloggiare Saddam Hussein dal Kuwait nel 1990-91, e vide la sua armata, davvero internazionale, europei (compresi italiani e tedeschi ritornati alle armi dopo il 1945), arabi, africani, vincere senza poter raccogliere i frutti della vittoria e il suo Nuovo Ordine Mondiale, venne irriso dai no global e detestato dalla destra Usa, fino all’attentato devastante di Oklahoma City 1995.

Clinton vagheggiò una «terza via» negli anni del boom, l’11 settembre costrinse Bush figlio all’unilateralismo che aveva fatto denunciare alla Rice sulla rivista Foreign Affairs solo nella primavera 2000. Ma l’America sola contro tutti, fallì a sua volta. Una serie di mediocri segretari all’Onu, Boutros Boutros Ghali, Kofi Annan e ora l’esangue Ban Ki Moon, hanno tolto al Palazzo di Vetro sull’East River rigore e autorità. Putin governa a Mosca con molto petrolio e scarsa forza morale. I cinesi hanno peso economico e crescente armatura militare ma non creano consenso. Noi europei parliamo con troppe voci e siamo al tempo stesso egoisti e «politically correct», diciamo no agli Ogm che servirebbero in Asia e Africa , ma non sappiamo rinunciare ai sussidi e ai dazi che tengono sotto i poveri. I nuovi bulli del quartiere Terra, i Chavez, gli Ahmadinejad, i caudillos dell’America Latina, il Sudan, e i loro cicisbei d’Occidente hanno un solo obiettivo, far sfigurare Washington, Israele e le democrazie, il resto non conta.

In questo caos sperare in un piano da tutti condiviso che limitasse a due gradi Celsius (è il livello proposto dagli scienziati seri, fidatevi ne esistono ancora) l’effetto serra non era generoso, era infantile. Che Copenhagen non andasse da nessuna parte era scontato – per chi si occupa di queste vicende senza propaganda né egoismo – dall’inizio. Ora gli europei si lamentano (come quasi sempre…), Obama si dice deluso ma non troppo, la Cina non permetterà a nessuno di controllare le sue emissioni (forse che a Manchester, durante la rivoluzione industriale inglese, qualcuno monitorava l’inquinamento? si chiedono ironici a Pechino). Il presidente americano ha snobbato l’Unione Europea e provato a metter d’accordo il club dei nuovi potenti, il presidente sudafricano Zuma, il premier indiano Singh, il premier cinese Wen Jiabao e il
presidente brasiliano Lula. Non ce l’ha fatta.

Il dilemma del pianeta Terra che Copenhagen non ha saputo risolvere è semplice ma irriducibile. I paesi ricchi non sanno come mantenere il proprio standard di vita senza petrolio, i poveri non vogliono rinunciare alla crescita quando – dopo secoli di fame – è finalmente arrivato il loro turno. Solo un ritorno al buon senso potrebbe rimettere d’accordo tutti. Dimettere le ipocrisie ricchi-poveri, puntare sulle nuove tecnologie, investire nell’innovazione, capire che il prezzo del non fare sarà superiore a qualunque investimento. Puntare sulla tecnologia verde, sull’eco business, sul nucleare soft, su motori a petrolio con meno impatto ambientale può comprare tempo alla scienza per nuove direzioni di crescita.

Può darsi che abbia ragione il Nobel Stiglitz, convocato dal presidente Sarkozy un tempo super industrialista ma forse ammorbidito dalla bellissima signora Carla, e che il Pil e la ricchezza, non siano i soli segnali di felicità. Di certo la miseria resta segnale certissimo di infelicità, il Pil non basterà a tutto, ma dove langue ci sono più lacrime che sorrisi. Quanto al clima, scettici e creduloni, verdi e cinici, ricchi e poveri dovrebbero pensare a che cosa comporterà una migrazione di massa Sud-Nord dovuta a carestia e cambi climatici anche minimi: per esempio nel Sud del Mediterraneo.
Copenhagen ha fallito. In attesa del 2010 occorre continuare a lavorare per lo sviluppo, l’ambiente e un pianeta dove ci siano cibo, lavoro e ricchezza per tutti, dove le Maldive non siano sott’acqua e tonni, capodogli e calamari continuino a nuotare negli oceani mentre i bambini vanno a scuola e i genitori hanno un lavoro. Senza illusioni, senza disperare.

 

 


COPENHAGUE EN FIN DE COMPTE

Le Sommet de Copenhague s’est achevé sur un accord à minima juridiquement non contraignant pour lutter contre le réchauffement climatique à l’échelle mondiale. Une immense déception, notamment pour les pays en voie de développement.

Le réchauffement climatique provoque l'assèchement des rivières

Le Sommet de Copenhague devait être l’événement qui concrétisait la volonté de la grande majorité des pays du monde de lutter contre le réchauffement climatique et ses conséquences.

Il a été au contraire le révélateur des incohérences et des égoïsmes des Etats en matière de coopération internationale et de politique climatique. Pas de réductions d’émissions de gaz à effet de serre chiffrées, pas de calendrier ni de répartition du financement de l’aide aux pays en voie de développement, pas d’instance internationale pour vérifier les engagements en termes d’émissions, pas de poursuite du Protocole de Kyoto. Copenhague est pour le moment une coquille vide.

Les Nations Unies « prennent note » de l’accord de Copenhague, c’est-à-dire que le texte final n’est pas juridiquement contraignant pour les pays qui l’ont signé. 

Le Protocole de Kyoto s’arrête

Le Protocole de Kyoto, qui s’achève début 2013 et devait trouver une suite à Copenhague n’existera plus après cette date : les pays industrialisés ne voulaient pas d’un Protocole de Kyoto bis, qui ne contraignait pas les pays en voie de développement à réduire leurs émissions de gaz à effet de serre.

Les pays du sud souhaitaient au contraire un prolongement de Kyoto avec des objectifs de réductions d’émissions encore plus forts pour les pays riches et l’entrée des Etats-Unis dans le système.

Le texte de Copenhague reconnaît que la hausse des températures mondiales doit être inférieure à 2°C, ce qui avait déjà été spécifié lors du Sommet du G8 à l’Aquila au mois de juillet dernier. Mais les objectifs de réduction d’émissions de gaz à effet de serre des pays signataires de l’accord ne sont pas stipulés: aucun objectif précis de réduction d’émissions, même ceux sur lesquels l’Union Européenne, les Etats-Unis ou la Chine s’étaient engagés ne sont rappelés dans l’accord.

L’empire du milieu s’est d’ailleurs fermement opposé à la mise en place d’une instance internationale qui serait chargée de contrôles les émissions des différents pays, évoquant l’ingérence. 

Financement flou des pays pauvres

La création d’un « Fonds climatique vert de Copenhague » est spécifié dans l’accord : il soutiendra des projets de lutte contre la déforestation, de développement des énergies renouvelables, d’adaptation aux conséquences du réchauffement climatique pour les pays les plus démunis. Le chiffre de 100 milliards de dollars d’aide d’ici 2020 est évoqué, mais sans répartition des contributions à verser par les pays donateurs ni répartition des montants et des pays qui recevront ces aides.

10 milliards de dollars par an pendant les 3 prochaines années devraient être alloués par les pays les plus riches aux pays les plus pauvres et les plus vulnérables aux changements climatiques, mais la répartition n’est pas non plus établie.

Quel avenir pour Copenhague ?

Toutes les associations de défense de l’environnement, ONG, personnalités impliquées dans la lutte contre le réchauffement climatique ont un déploré un véritable « fiasco ».

« Pas de contrainte, aucun objectif à 2020 ni à 2050 : difficile d’imaginer pire conclusion pour la conférence de Copenhague » déclare Greenpeace. Nicolas Hulot  considère le résultat de Copenhague « consternant et affligeant ». Selon les Amis de la Terre, c’est « un échec dramatique ». »Les promesses affichées jusqu’à présent aboutiraient à un réchauffement de 3,5 degrés » constate le député européen Yannick Jadot.

« Le sommet de Copenhague n’est pas intéressant par son résultat mais par ce qu’il a permis de mettre en lumière » souligne Arnaud Gossement, porte-parole de France Nature Environnement. « L’échec de Copenhague peut créer un électrochoc à l’origine d’une mobilisation citoyenne plus importante qui permette réellement d’obtenir un accord juridiquement contraignant en 2010 : il sera difficile pour nos gouvernants de jouer deux fois de suite la même tragicomédie ! » explique-t-il.

Les Etats doivent se retrouver à Bonn dans 6 mois et à Mexico dans 1 an pour poursuivre les négociations, qui avaient débuté à Bali il y a 2 ans. Ils ont encore l’occasion de s’engager fermement contre le réchauffement climatique, au travers d’un accord chiffré et contraignant, favorable à l’avenir de l’humanité plutôt qu’aux intérêts nationaux à court terme.

Vedura 

 


COPENHAGEN

 

chiusura dei lavori.

 

fermeture des travaux.

 


COPENHAGEN

 

dialogo tra Europa e Paesi del Sud sull’agricoltura e sulla cooperazione internazionale; dibattito sui rischi e gli investimenti contro il cambiamento climatico tra Onu, WWF e organizzazioni internazionali;

 

Dialogues entre l’Europe et les pays du sud sur l’agriculture et la coopération internationale; débats sur les risques et les investissements contre le changement climatique entre l’ONU, WWF et des organisations internationales.

 

 


COPENAGHEN:GERMANWATCH;LEGAMBIENTE,ITALIA PAGA SCELTE ERRATE

(ANSA) – COPENAGHEN, 14 DIC –

Italia terz’ultima in politiche nella lotta ai cambiamenti climatici, peggio di noi solo Canada e Arabia Saudita. Questo perche’  »si pagano le scelte sbagliate su carbone, autostrade e cemento ».

Lo afferma Legambiente in merito alla classifica generale dell’Indice sul clima 2010 del Germanwatch, presentato questa mattina al vertice Onu di Copenaghen e condotta annualmente dall’associazione tedesca in collaborazione con la rete delle associazioni ambientaliste Can (Climate Action Network) Europe e di Legambiente per l’Italia.

L’indice valuta le performance sul clima dei 57 Paesi che, insieme, sono responsabili di oltre il 90% delle emissioni del pianeta. In particolare il Climate Change Performance Index prende in considerazione il livello delle emissioni di anidride carbonica di ogni Paese, i trend delle emissioni nei principali settori (energia, trasporti, residenziale, industrie) e le politiche attuate per la lotta al mutamento climatico.

 »Una pessima figura per il nostro Paese – commenta Edoardo Zanchini, responsabile energia e clima di Legambiente – che dipende dal non aver ancora voluto cambiare le vecchie politiche in materia di trasporti, energia e edilizia, i settori che piu’ contribuiscono alle nostre emissioni di gas serra ».

A riprova di questa realta’, evidenzia Legambiente, le scelte portate avanti nell’ultimo anno: sono stati approvati tre progetti di grandi e inquinanti centrali a carbone, le priorita’ d’investimento in materia d’infrastrutture continuano a privilegiare per il 70% strade e autostrade, e perdura una incomprensibile incertezza per quanto riguarda gli incentivi per le fonti rinnovabili e gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici. In testa alla classifica Brasile, Svezia, Regno Unito e Germania.

In particolare, il rapporto 2010 mette in evidenza gli sforzi compiuti dal governo Lula, per ridurre la deforestazione, e la legge nazionale sulle politiche climatiche approvata dal Regno Unito per tagliare le emissioni nei prossimi anni. Agli ultimi posti Kazakhstan, Canada e Arabia Saudita. (ANSA). GU


A 3 giorni dalla fine, il vertice di Copenhagen cambia presidente

Lucia Venturi

GROSSETO. A tre giorni dalle conclusioni della Cop15 di Copenhagen le trattative sono ancora allo stallo, mentre si inaspriscono le misure da parte delle forze dell’ordine danesi, che stamattina hanno escluso centinaia di militanti delle organizzazioni ambientaliste e delle Ong, che sono notoriamente su posizioni più critiche rispetto ai negoziati.

In attesa dell’arrivo dei leader di Cina e Stati Uniti tiene ancora testa la delegazione africana che assieme ai piccoli Stati del pacifico, quelli cioè che potrebbero subire le più pesanti conseguenze del global warming, chiede di abbassare l’asticella della riduzione delle emissioni a 1,5 gradi centigradi, dopo aver minacciato di abbandonare il vertice per questo. Un obiettivo che risulterebbe assai più drastico dei 2 gradi – che già era visto come un risultato altamente ambizioso- su cui insistono i Paesi più poveri riuniti nel G77 che chiedono con sempre maggiore insistenza alle economie sviluppate e quelle emergenti impegni vincolanti e quantitativi di riduzione delle emissioni.

La fiducia che comunque «ci sarà un esito realistico» è riposta dal portavoce dei paesi africani, il Nobel Desmond Tutu, perchè «irrealistico sarebbe trovarsi senza un trattato che segni vincoli precisi».
Un richiamo rinnovato anche dal segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon che ieri ha invitato di nuovo i i negoziatori presenti a Copenhaghen a chiudere un trattato sul clima legalmente vincolante «prima possibile entro il 2010» facendo trapelare un esito del vertice danese ipotizzato da prima che iniziasse, ovvero un accordo per chiudere il trattato con cifre e obiettivi da stabilire al prossimo vertice di Città del Messico, previsto appunto al 2010.

«Il nostro obiettivo – ha detto Ban Ki Moon – è di porre le basi per un trattato legalmente vincolante sul clima prima possibile nel 2010» e ha aggiunto che «Più forte sarà l’accordo qui a Copenhaghen, più presto potrà essere trasformato in un trattato legalmente vincolante».

Ma le divisioni sembrano sempre più ampie e oggi si è anche dimessa – inaspettatamente – da presidente del vertice climatico di Copenhagen, Connie Hedegaard, commissario europeo in pectore e ha assunto il suo ruolo Lars Lokke Rasmussen, primo ministro danese. La giustificazione ufficiale è per «motivi di procedura» quando la reale motivazione sembrerebbero invece le critiche da parte delle delegazioni africane di favoritismi verso le posizione meno radicali dei paesi industrializzati.
«Con così tanti capi di Stato e di Governo che sono già arrivati qui – ha detto la Hedeegard – credo sia più appropriato lasciare la presidenza al primo ministro.»

Oggi è infatti previsto l’arrivo di molti leader, tra cui il presidente venezuelano Hugo Chavez, il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe il presidente della Commissione europea Manuel Josè Barroso e il primo ministro britannico Gordon Brown, che dovrebbero parlare al summit sul clima, finora presieduto invece dai ministri dell’Ambiente.
Gordon Brown, parlando con la Bbc, ha detto di ritenere «molto difficile» trovare un accordo alla conferenza sul clima di Copenaghen, anche se si è dichiarato comunque «determinato a lavorare con tutti i Paesi» per tentare di arrivare ad un’intesa «nonostante le numerose questioni che restano da risolvere».
Ma la vera attesa è per l’arrivo del premier cinese Web Jiabao – fino a ieri iscritto nella lista degli oratori ma oggi scomparso – e del presidente Barak Obama, anche se da quanto risulta dalla dichiarazioni dei portavoce non ci dovrebbero essere grandi sorprese rispetto a quanto già annunciato.

«Non prevedo alcun cambiamento» ha detto il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, riferendosi all’impegno che è stato annunciato dal presidente Barack Obama due settimane fa. Aggiungendo che «Il presidente ritiene che si possa raggiungere un accordo operativo a Copenaghen».

Gli Stati Uniti si sono impegnati a ridurre le emissioni di anidride carbonica del 17 % al 2020 rispetto ai livelli del 2005, che equivale ad una riduzione del 4% rispetto al livello del 1990.
Mentre la Cina ha annunciato un impegno alla riduzione del 40-45% per unità Pil entro 2020.
Obiettivi che non sono ritenuti sufficienti non solo dai paesi africani ma nemmeno dall’Europa, che si è già impegnata a ridurre le emissioni del 20% entro il 2020, e sarebbe disponibile ad arrivare al 30% se a Copenaghen si arrivasse ad un accordo globale.

«Il consiglio europeo – ha detto il ministro degli Esteri Franco Frattini – ha deciso di ridurre del 20% le emissioni fino al 2010 ed arrivare fino al 30% se gli altri Paesi prenderanno impegni comparabilì». Ma non nasconde il ministro «disappunto e disapprovazione» per il fatto che addirittura si metta in discussione «se vi debba essere un accordo vincolante: se non ci sarà, sarà una disillusione per tutto il mondo». Il titolare della Farnesina ha anche ricordato che l’Europa ha già messo a disposizione un fondo di oltre 7 miliardi di euro per i paesi in via di sviluppo. «E’ una cifra consistente – ha detto – l’Europa ha fatto la sua parte, ora la devono fare anche gli altri leader del mondo».
Insomma a Copenhagen, nonostante le temperature polari, il clima è già surriscaldato.

I lavori di Copenhagen, da oggi e sino alla conclusione del vertice, si potranno seguire in diretta via web. Legambiente, la rappresentanza in Italia della Commissione europea e il coordinamento in Marcia per il clima organizzano infatti una diretta via web Roma-Milano- Copenhagen in collaborazione con c6.Tv.
Le postazioni saranno a Milano al Palazzo delle Stelline e a Roma presso il gazebo allestito a piazza Montecitorio, dove dalle 12 alle 14 e dalle 17 alle 19 si potrà seguire fisicamente la diretta e parlare con esperti giornalisti,associazioni. Oppure virtualmente collegandosi al sito www.stopthefever.org.

 

 


Climat : « Notre objectif n’est pas de faire peur aux gens »

 

de Le Monde

 

Vint-six climatologues de renom ont publié, mardi 24 novembre, un document d’une soixantaine de pages, synthétisant les travaux publiés sur le réchauffement climatique publiés depuis le dernier rapport du GIEC (Groupe intergouvernemental sur l’évolution du climat) en 2007. Parmi eux, Nathalie de Noblet, directrice de recherches au Commissariat à l’énergie atomique, explique les raisons de cette publication, à quelques jours de la conférence de Copenhague sur le réchauffement climatique.

Pourquoi avez-vous publié Copenhagen Diagnosis ?

L’idée était de faire un état des lieux des recherches à l’intention des décideurs et de toutes les personnes intervenant à Copenhague. Il y a eu plusieurs centaines de papiers publiés depuis les trois dernières années et nous souhaitions donner tous les éléments aux décideurs afin qu’ils puissent prendre les meilleurs décisions possibles, en toute connaissance de cause.

Que disent ces dernières études ?

Elles montrent que ce qui avait été prévu dans les derniers rapports du GIEC concernant les augmentations de gaz à effet de serre, les fontes des glaciers, le retrait de la glace des mers, la montée du niveau des mers, est en train de se produire sur la marge haute des prévisions que nous avions faites jusqu’à présent.

Est-ce une réponse aux climato-sceptiques ?

Non. Les climato-sceptiques font beaucoup de bruit pour rien. Ils n’avancent aucun argument scientifiquement valable. On dépense beaucoup d’énergie pour leur répondre. En tant que scientifiques, nous continuons à observer la nature, à la modéliser en sophistiquant nos outils qui prennent en compte de plus en plus de rétroactions. Plus nous les complexifions, plus nous nous rendons compte qu’il se passe des choses. Notre objectif est que les décideurs puissent réagir correctement face à ce qui se passe. Si nous voulions contrer les climato-sceptiques, nous ne ferions plus que ça et nous ne travaillerions plus. Leur dernière action, d’aller fouiller dans les e-mails de climatologues, prouve bien qu’ils n’ont pas grand-chose à se mettre sous la dent.

N’avez-vous pas peur d’être trop alarmiste ?

Alarmiste, c’est l’interprétation qu’on en fait. Nous, en tant que scientifiques, nous restons factuels. Nous mesurons, nous simulons, et nous donnons nos résultats avec la meilleure précision et le meilleur encadrement d’erreur possible. Après, l’interprétation qu’on en fait peut être alarmiste : ce qu’il faut voir, c’est qu’il se passe des choses dont on ne mesure pas forcément toutes les conséquences parce que nous n’avons pas tous les moyens d’évaluer les conséquences de nos actes. Je pense qu’il faut prendre des décisions puisque l’on sait qu’à la base de ça il y a l’action de l’homme. Il faut que les cerveaux des scientifiques se mettent en route pour lutter contre la production de gaz à effet de serre, que la société prenne conscience qu’elle émet des gaz à effet de serre et qu’elle ralentisse sa production.

Notre objectif n’est pas de faire peur aux gens. Notre objectif, c’est d’être objectifs, de travailler et de faire avancer la science. On n’a pas cherché à créer des problèmes. C’est l’observation de la Terre qui nous a fait voir qu’il se passait des choses. Après, chacun a son interprétation en tant que citoyen. Je pense qu’effectivement il se passe des choses importantes qui n’ont pas été observées dans le passé et que c’est important de voir comment on peut lutter pour contrer ces effets-là.

En tant que citoyenne, quel regard portez-vous sur la conférence de Copenhague ?

Je ne sais pas. J’estime que les scientifiques ont fait leur boulot. Idem pour les médias qui ont relayé l’ensemble des informations parues depuis le rapport du GIEC de 2007. Les décideurs ont donc tous les éléments qu’il faut pour réfléchir. Sur la partie décisionnelle, c’est quelque chose qui ne m’appartient plus. En tant que citoyenne, j’espère qu’il sortira quelque chose de cette conférence. Je pense que la prise de conscience des gens sur leur mode de vie est importante. Il sera également important de soutenir les gouvernements s’ils prennent des décisions car ces dernières seront certainement douloureuses au début pour les citoyens. Il faut que les citoyens soient prêts à accepter ça.

Propos recueillis par Raphaëlle Besse Desmoulières


COPENHAGEN

 

 meeting con i parlamentari danesi in merito ai cambiamenti climatici;

 

 meeting avec les parlamentaires danois à propos des changements climatiques.

 

 


COPENHAGEN

 

dibattito sulla situazione mondiale guidato dalla CNN con il supporto di YouTube che permetterà la sua visione in tutto il mondo in streaming. Energy Tour sulla rivoluzione energetica e sul riutilizzo dei rifiuti; dibattito sulle conseguenze del riscaldamento globale sulla sicurezza internazionale e scambio di idee su una nuova idea di commercio internazionale più equo;

 

débat sur la situation mondiale de la CNN avec le support de YouTube qui fera voir sa vision de partout le monde en streaming. Energy Tour sur la révolution énergétique et la ri-utilisation des ordures; débat sur les conséquences du réchauffement global sur la sécurité internationale et l’échange d’idées sur une nouvelle idée de commerce internationale plus equo;

 


COPENHAGEN

 

 

premiazione per i media/giornalisti/blogger che con la loro influenza promuovono l’ecologia e la conoscenza ecologica nel mondo. Altri dibattiti sulla deforestazione e sul modello energetico danese; Energy Tour sull’architettura ecologica; seminario su come adattarsi al cambiamento climatico;

 

prémiation pour les médias/journalistes/blogger qui, grace à leur influence, promouvoient l’écologie et la connaissance de l’écologie dans le monde. d’autres débats sur la déforestation et sur le modèle énergétique danois; Energy Tour sur l’architecture écologique; séminaire sur les façons de s’adapter au changement climatique.

 

 


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