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1kg di latte = 2.4kg di anidride carbonica

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da SLOW FOOD

  Il settore lattiero-caseario incide per circa il quattro per cento sul totale di tutte le emissioni di gas serra causate dall’uomo. Un dato che emerge dal Greenhouse Gas Emissions from the Dairy Sector, il nuovo rapporto condotto dalla Divisione Fao Produzione e Salute Animale.

La percentuale include tutti i tipi di allevamento, dalle mandrie nomadi fino agli allevamenti intensivi e prende in esame l’intera catena alimentare: produzione e trasporto dei fattori produttivi (fertilizzanti, pesticidi e mangimi), trasformazione e confezionamento, trasporto del prodotto finito e anche le emissioni causate dagli animali.

Nel 2007, il settore lattiero-caseario ha emesso 1.969 milioni di tonnellate equivalenti di biossido di carbonio: l’emissione CO2 equivalente è una misura standard per comparare l’effetto serra dei diversi gas. La media globale per chilo di latte e relativi prodotti caseari è di 2.4 kg di CO2.

«Il rapporto è uno strumento fondamentale per capire e identificare le opportunità per ridurre l’impatto ambientale del settore lattiero-caseario, continuando a fornire al tempo stesso prodotti alimentari sicuri e nutrienti», afferma Samuel Jutzi, direttore della divisione che ha condotto lo studio.

L’analisi fa parte di una ricerca avviata per trovare e indicare le strategie possibili per contenere i danni dovuti ai cambiamenti climatici. Un approccio simile sarà infatti utilizzato per quantificare le emissioni di gas serra associate ad altre specie di bestiame, come i bufali, il pollame, i piccoli ruminanti e i suini.
Il rapporto finale sarà pubblicato nel 2011 e riprenderà il Livestoc’s Long Shadow, lo studio che nel 2006 aveva denunciato come il 18% di tutte le emissioni di gas serra sono causate dal settore zootecnico, ma avrà dati aggiornati e fornirà un’analisi disaggregata dei diversi sistemi produttivi.

Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonte:
fao.org

Rapporto della FAO (inglese)

New FAO report assesses dairy greenhouse gas emissions

20-04-2010

Study covers the global dairy business from nomadic herds to intensified dairy plants

Dairy production and global climate change

20 April 2010, Rome - The dairy sector accounts for around four percent of all global anthropogenic greenhouse gas emissions (GHG) according to a new FAO report. This figure includes both emissions associated with the production, processing and transportation of milk products as well as emissions related to meat produced from animals originating from the dairy system.

Considering just global milk production, processing and transportation and excluding meat production, the sector contributes 2.7 percent of global anthropogenic GHG emissions.

In 2007, the dairy sector emitted 1 969 million tonnes of carbon dioxide (CO2) equivalent, of which 1 328 million tonnes are attributed to milk, 151 million tonnes to meat from culled dairy animals, and 490 million tonnes from calves from the dairy sector that were raised for meat. The CO2 equivalent emission is a standard measurement for comparing emissions of different GHGs.

The global average of GHG emissions per kilogram of milk and related milk products is estimated at 2.4 kg CO2 equivalent.

Methane contributes most to the global warming impact of milk, accounting for about 52 percent of the GHG emissions in both developing and developed countries. Nitrous oxide emissions account for 27 percent of GHG emissions in developed countries and 38 percent in developing countries. Carbon dioxide accounts for a higher share of emissions in developed countries (21 percent) than in developing countries (10 percent).

The FAO report, Greenhouse gas emissions from the dairy sector, covers all major milk production systems from nomadic herds to intensified dairy operations. It focuses on the entire dairy food chain, including the production and transport of inputs (fertilizer, pesticide and feed) used for dairy farming, on-farm emissions and emissions associated with milk processing and packaging as well as the transportation of milk products to retailers. The margin of error of the estimates is ±26 percent.

« This report is fundamental to understand and identify opportunities for reducing the environmental impact of the dairy sector while providing safe and nutritious foodstuffs, » said Samuel Jutzi, Director of FAO’s Animal Production and Health Division.

The assessment is part of an ongoing programme to analyse and recommend options for climate change mitigation. The next step is to use a similar approach to quantify GHG emissions associated with other major livestock species, including buffalo, poultry, small ruminants and pigs. The effectiveness, welfare and trade implications of policy options will then be carried out through economic modelling. A final report will be published in 2011.

In its landmark 2006 report, Livestock’s Long Shadow, the FAO found that 18 percent of all greenhouse emissions were caused by the livestock sector, using an aggregate life cycle approach. The final report on livestock GHG emissions will use the same approach but with updated  data and providing a breakdown into different production systems, as well as indicating solutions for policy-makers, producers and processors.


INSTINTIVA ABITUDINE

 

La tendenza all’abitudine è istintiva nell’uomo: l’abitudine dà conforto, sicurezza, evita di pensare e di dover scegliere, attività che implicano una faticosa mess in discussione delle proprie certezze.

Le abitudini alimentari sono poi fra le più radicate: a esse si sacrifica anche la qualità o la scoperta di novità piacevoli e stuzzicanti.

Ecco perchè vi sono accaniti habitué di mediocri locali perfino a dispetto del buon senso.

 

tratto da « il conto dell’ultima cena » di Moni Ovadia.

 

 


CARNE E LATTE

 

Una delle più severe proibizioni fatte all’ebreo in campo alimentare è quella di non contaminare carne e latte.

Mi pare opportuno rammentare il profondo significato morale che sorregge questo divieto.

La carne si ottiene solo attraverso la morte di un essere vivente; il latte, al contrario, proviene da una femmina che ha messo al mondo un neonato e con esso lo nutre, dunque è un alimento indossolubilmente legato al creare e dare vita.

Non si deve perciò praticare la pervesione di mescolare vita e morte: il principio è spiritualmente altissimo, ma non scevro da implicazioni disagevoli.

 

tratto da « il conto dell’ultima cena » di Moni Ovadia

 

 


RAPPORTO STERN, UN PO’ DI STORIA- LE RAPPORT STERN, UN PEU D’HISTOIRE

 

Nel 2006 il governo britanico, capeggiato da Tony Blair, pubblicò il « rapporto Stern » che analizza il rapporto tra il riscaldamento globale e l’economia. Era un rapporto di 700 pagine scritto sotto la direzione dell’ex capo economista della Banca Mondiale Nicholas Stern.

Ecco i punti più salienti:

- Secondo Stern, tra i più autorevoli consiglieri economici di Tony Blair, una somma molto rilevante del prodotto interno lordo (PIL) mondiale, una forchetta che varia tra il 5 ed il 20% (5,5 trilioni di euro), sarà necessaria per riparare i danni provocati dall’effetto serra. Il rapporto Stern analizza uno scenario al 2100 e paragona la crisi economica mondiale derivante dalla mancata azione di lotta ai cambiamenti climatici, alla crisi del 1929. Secondo Stern, una cifra pari all’1% del PIL mondiale dovrebbe essere destinata fin da oggi ad azioni e politiche di mitigazione e questa sembra la strada che il governo Blair si appresta ad imboccare. Aumento della tassazione di voli economici, carburanti ed autoveicoli altamente inquinanti, ed utilizzazione del ricavato per l’introduzione di nuovi strumenti e politiche di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. - Non solo danni economici. L’aumento dei fenomeni estremi come conseguenza del surriscaldamento del clima, tra cui l’aumento della siccità, delle alluvioni, degli uragani e l’innalzamento del livello dei mari, costringeranno 200 milioni di persone ad emigrare verso zone più sicure dal punto di vista ambientale. A rischio il già fragile sistema della sicurezza internazionale: aumento dell’immigrazione e maggiore richiesta di integrazione ed assistenza alle popolazioni povere. Il risultato della mancata azione comporterà un aumento della temperatura media di oltre 5 gradi centigradi al 2100 rispetto ai livelli dell’era preindustriale. La geografia del pianeta, sia dal punto di vista fisico che della distribuzione umana, sarà modificata. 

- Il rapporto Stern individua una serie di azioni ed interventi. Il primo obiettivo è l’introduzione di un prezzo globale del carbonio. Attraverso la tassazione ed i sistemi di Emissions Trading sarà possibile individuare il prezzo della CO2 in modo che da rendere pubblico il costo sociale della mancata azione contro l’effetto serra. Le altre azioni riguardano lo sviluppo tecnologico e l’introduzione di prodotti a bassa emissione di anidride carbonica ed altamente efficienti, la rimozione delle barriere allo sviluppo dell’efficienza energetica ed un’adeguata informazione ambientale. In concreto, Sir Stern individua: Emissions Trading, cooperazione nel settore dello sviluppo tecnologico, lotta alla deforestazione, adattamento.

 

Le rapport Stern sur l’économie du changement climatique est un compte-rendu sur l’effet du changement climatique et du réchauffement global sur la planète rédigé par l’économiste Nicholas Stern pour le gouvernement du Royaume-Uni. Ce rapport de plus de 700 pages est le premier rapport financé par un gouvernement sur le réchauffement climatique mené par un économiste et non par un météorologue

Les 700 pages qu’il contient ne peuvent être analysées en détail, mais il faut retenir que ce travail marque un changement important dans la prise de conscience des conséquences économiques qui résulteraient des changements climatiques si rien n’était fait dès les prochains mois pour enrayer les causes du réchauffement. Ce ne sont plus en effet seulement les scientifiques qui tirent la sonnette d’alarme mais les économistes et les financiers. De plus le rapport s’adresse à la plus haute autorité politique du pays, le Premier ministre Tony Blair, lequel en avait commandé la rédaction. L’auteur du rapport, Sir Nicholas Stern, sait ce que les chiffres veulent dire puisqu’il est l’ancien économiste en chef de la Banque mondiale.

Le rapport Stern recommande quatre approches concourantes:

- Les permis d’émission. Il faudra généraliser la technique européenne du « cap and trade », autrement dit du pollueur-payeur, selon laquelle les émissions sont plafonnées à un certain niveau au-delà duquel les entreprises émettrices sont obligées d’acheter des bons aux entreprises faiblement émettrices, ceci de préférence à l’échelle du monde. Il s’agit de favoriser la réduction des rejets de gaz à effet de serre en développant les différentes bourses déjà instituées et en créant des passerelles entre elles. Les pays en développement y seraient associés. La fixation d’objectifs ambitieux pour les pays riches pourrait rapporter des dizaines de milliards de dollars par an aux pays en développement, ce qui les aiderait à adopter des modes de production limitant les émissions de CO2.

- La coopération technique. Les investissements à réaliser pour développer des technologies faiblement émettrices de CO2 exigent une concertation et une coordination mondiales. L’effort international de recherche et de développement devrait être multiplié par deux, et celui consacré aux technologies propres par cinq.

- La lutte contre la déforestation et la dégradation de la couverture végétale. La disparition des forêts primaires contribue, davantage encore que les transports, à l’augmentation de la teneur de l’atmosphère en gaz carbonique. Enrayer la déforestation serait donc une mesure d’une grande efficacité et peu coûteuse. Des programmes pilotes internationaux de grande ampleur pourraient être mis en oeuvre sans délai.

- L’aide des pays riches aux pays les plus pauvres. Ceux-ci sont à la fois grands producteurs de GES et les plus vulnérables aux conséquences d’un changement climatique de grande ampleur. Les politiques d’aide au développement doivent tenir compte de cette réalité. Il faudra également financer des campagnes d’information régionales sur l’impact du réchauffement, des recherches sur de nouvelles variétés de cultures, plus résistantes aux variations climatiques, aux sécheresses ou aux inondations. Ceci inclut l’appel aux OGM, à conditions que ceux-ci soient mis en libre accès et non monopolisés par les grands semenciers.


((o_o))

 

Chi usa il criterio di « naturale », « ecologico », « biologico », « sano », …. si trova spesso e volentieri davanti ad una via senza uscita dovuto alla mancanza di informazioni.

Non solo deve tenere a mente un bel pò di informazioni che, per legge, dovrebbero essere messe chiaramente in bella mostra, ma deve (dovrebbe?) approfondire per conto suo visto che alcuni dati non sono messi in chiaro.

Un prodotto « buono », non è necessariamente quello venduto nel repparto biologico, o quello circondato da un’aurea verde. I valori da tenere a mente sono una moltitudine pressochè infinita.

Si possono riassumere in una parola: impronta ecologica.

E’ un argomento complesso che fa venire le vertigini per la vastità della cosa.

Tutti gli oggetti che ci circondano e che usiamo hanno un impronta, cioè un valore di inquinamento. Che sia la penna, le scarpe, la mela, le tende, il cucchiaino, il telefono, il pommello dell’armadio o il nastro nei cappelli, tutti questi oggetti hanno un valore di inquinamento dovuto a

- le materie prime che lo compongono (che a loro volta hanno un impronta di inquinamento),

- i mezzi di trasporto per portare queste materie prime in fabbria (che a loro volta hanno un impronta di inquinamento),

- i macchinari per produrli (che a loro volta hanno un impronta di inquinamento),

- i mezzi di trasporto per portali in negozio (che a loro volta hanno un impronta di inquinamento),

- via dicendo….

 

un esempio?

le scarpe ai vostri piedi: da qualche parte è stato espropriato un gruppo di persone per usare il terreno stato disboscato un pezzo di terra per coltivare il mangime della mucca che verrà portata (su un camion – per cui strade, benzina, gomme delle ruote, ….) al maccello dove verrà recuperata la sua pelle che verrà trattata (chimicamente) poi spedita in qualche paese sud-asiatico e assemblata in forma di scarpa poi impacchetata (albero abbattuto, trattamento – chimico – per ricavare il cartone della scatola, …) spedita in un negozio (di nuovo camion, … ), in attesa che qualcuno (con la sua macchina) venga a comprarle.

fa venire le vertigini, vero? e questo è un esempio super simplificato.

Tutto ha un impronta, non si potrà mai arrivare ad un valore pari a zero. Forse i nostri antenati che vivevano nelle caverne, e comunque prima della scoperta del fuoco (=emissione di CO2).

Questo non significa che possiamo buttare la spugna e non preoccuparsi più di niente. Si può deve fare qualcosa per limitare i danni e anche equilibrarli. 

Limitare l’emissione di CO2, e piantare alberi per controbilanciare quel poco che non si può fare a meno di produrre – non credo che vogliate tornare ai tempi delle caverne, mangiando carne cruda e coperti di pelle di animali – o no?

 

 

 

Qui utilise un critère de « naturel », « écologique », « biologique », « sain », … se retrouve trop souvent devant à une impasse du au manque d’information.

Non seulement il devrait se rappeller de pas mal d’informations qui, selon la loi, devrait etre indiquées clairement, mais, de plus, il devrait doit approfondir pour son compte certaines données ne sont pas à connaissance de Monsieur Toutlemonde.

Un produit  »bon », n’est pas nécéssairement celui qui est vendu dans le magasin biologique, ou celui qui a un alone vert. Les valeurs à tenir présentes sont en quantité infinie.

On peut résumer tout ça en un mot: empreinte écologique.

Il s’agit d’un argument complexe qui fait venir quelques vertiges vu la vastité de la chose.

Tous les objets qui nous entourent et que nous utilisons créent une empreinte, c’est à dire une certaine quantité de pollution. Que ce soit un bic, des chaussures, une pomme, un rideau, une petite cuillère, le téléphone, le pommeau de l’armoire ou le ruban dans les cheveux, tous ces objets ont une valeur de pollution du à:

- les matières premières qui le composent (qui ont aussi une empreinte écologique)

- les moyens de transport pour porter ces matières premières à l’usine (qui ont aussi une empreinte écologique)

- les machines de production (qui ont aussi une empreinte écologique)

- les moyens de transport de l’usine à la boutique (qui ont aussi une empreinte écologique)

- etc…

un exemple?

Les chaussures à vos pieds: quelque part un terrain a été exproprié à ses propriétaires à été livellé pour planter la soia pour les vaches qui seront porter (en camion – et donc route, essece, roues, ….) pour etre dépecées, la peau sera récupérée et traittée (chimiquement) puis expédiée dans quelques pays sud-asiatique assemblée en chaussure puis encartonée (arbres abatus, traittement – chimique – pour le carton de la boite, …) expédiées dans une boutique (de nouveau un camion, …) en attendant que quelqu’un (avec sa voiture) vienne les acheter.

ça fait venir un peu le vertige, non? et ce n’est qu’un exemple super simplifié.

Tout a une empreinte, nous ne pourons jamais arriver à une valeur zéro. Peut-etre nos ancetres qui vivaient dans les cavernes, et de toute manière avant la découverte du feu (=émition de CO2).

Cela ne signifie pas que nous devons baisser les bras et ne plus nous préoccuper de rien. nous pouvons devons faire quelque chose pour limiter les dégats et les équilibrer en meme temps.

limiter l’émition de CO2, et planter des arbres pour équilibrer ce qu’on ne pourra jamais éviter de produire – je ne crois pas que vous voulez retourner au beau des temps des cavernes, en mangeant de la viande crue et couvert de peau de bete, ou non?


NON BASTA ESSERE VEGETARIANO – C’EST PAS SUFFISANT D’ETRE VEGETARIEN

 

3 situations avec autant de végétariens

1) Une collègue se dit végétarienne, mais elle mange le thon en boite (une grosse contradiction). Quand je lui demande si le producteur de son thon utilisait des filets à la traine qui détruisent le fond marin et emprisonnent (et tuent) les dauphins (qui peuvent finirent dans sa petite boite). Elle ne s’intéressait pas trop à la chose et ne semblait pas au courant du problème.

2) Une compagne à l’école. Elle ne mange pas de viande (bravo!) mais en la voyant entamer avec enthousiasme ses tomates, je lui demandais si elle savait d’où venait ses légumes, si ils étaient bio ou au moins naturels. Et si ils avaient été receuillis par des immigrés exploités de manière indigne et inhumaine ou des salariés en règle? Elle n’y avait jamais pensé (elle a pas fini son repas non plus).

3) une connaissance végétarienne se consédant des oeufs durs. Savait-elle que l’oeuf pouvait avoir été fécondé et ensuite bloqué par les processus de « stérilisation » que les oeufs industriels subissent? Sans compter les conditions d’élevage. Elle ne mange plus d’oeuf.

De tout ça il en ressort que je suis une enquiquineuse de première catégorie qu’il ne suffit pas de s’arreter au premier degré mais approfondir, si on veut vraiment faire bien les choses, à fond.

 

3 situazioni con altrettanti vegetariani:

1) Una collega che dice di essere vegetariana mangia del tonno in scatole (una certa contradizione). Quando le chiedo se il produttore del suo tonno usa delle reti a stracico che distruggono il fondo marino e impriggionano (e uccidono) i delfini (che possono finire nella sua scatoletta mi risponde che non si interessa troppo alla cosa e non sembra neanche al corrente del problema.

2) Una compagna a scuola. Non mangia carne (brava!) ma vedendola addentare con entusiasmo i suoi pomodori, le chiedo se sono biologici o per lo meno naturali. E se sono stati raccolti da immigrati sfruttati in modo indegno e disumano o da lavoratori in regol? Non ci aveva pensato (e non ha finito il suo pasto).

3) Una conoscente vegetarianna che si concede un uovo. Sapeva che il suo uovo poteva essere stato fecondato e poi « bloccato » con il procedimento di sterelisazione che le uova industriale subiscono (senza contare le condizioni di allevamento delle galline in batteria)? Non mangia più uova.

Da tutto ciò risulta che sono una rompiscatole di prima categoria che non basta fermarsi al primo gradino ma approfondire se si vuole fare veramente bene le cose.


MA QUESTO BIOLOGICO, COS’E'? – EN FIN DE COMPTE C’EST QUOI LE BIOLOGIQUE?

 

L’ultimo regolamento a livello europeo relativo all’agricoltura biologica è del settembre 2008, la 967/2008
 

Questo a livello legislativo. Ma in pratica di cosa parliamo? 


 
Quando si parla di agricoltura biologica, si fa un pasticcio linguistico, sarebbe più corretto parlare di agricoltura, o allevamento, organica. In contrapposizione all’agricoltura convenzionale che impiega un notevole quantitativo di energia ausiliaria proveniente da processi industriali (chimica, estrattiva, meccanica, …) ma che ha comunque una base biologica (mica si piantano semi in plastica…?), mentre quella organica (cerchiamo di parlare giusto), sebbene usi macchinari per l’estrazione o altro, reimpiega la materia principalmente sotto forma organica. 

Inoltre l’aspetto principale e basico di questo genere di gestione del terreno è di usare una forma di agricoltura a basso impatto ambientale che rispetti e conservi la sostanza organica del terreno, la biodiversità e i cicli naturali delle stagioni. 

 

La filosofia dietro a questo diverso modo di coltivare le piante ed allevare gli animali non è unicamente legata all’intenzione di offrire prodotti senza residui di fitofarmaci o concimi chimici di sintesi (che non è male), ma anche e soprattutto alla fondata volontà di non determinare nell’ambiente impatti negativi a livello di inquinamento di acque, terreni e aria.
Principalmente non si utilizzano sostanze chimiche di sintesi (concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi e pesticidi in genere), né organismi geneticamente modificati (OGM). Per la difesa delle colture si provvede innanzitutto in via preventiva, selezionando specie resistenti alle malattie e intervenendo con tecniche di coltivazione appropriate come, per esempio:

- la rotazione delle colture, si evita di coltivare per più stagioni consecutive la stessa pianta sullo stesso terreno. In questo modo, da un lato si impedisce ai parassiti di trovare l’ambiente favorevole al loro proliferare, e dall’altro si utilizzano in modo più razionale e meno intensivo le sostanze nutrienti del terreno;

- la piantumazione di siepi ed alberi, che ricreano il paesaggio, danno ospitalità ai predatori naturali dei parassiti e fungono da barriera fisica a possibili inquinamenti esterni;

- La consociazione che consiste nel coltivare contemporaneamente piante diverse, l’una sgradita ai parassiti dell’altra.

In agricoltura organica si usano fertilizzanti naturali come il letame ed altre sostanze organiche compostate (sfalci, ecc.) e sovesci, ossia si incorporano nel terreno piante appositamente seminate, come trifoglio o senape. 

 


Qualora fosse necessario intervenire per la difesa delle coltivazioni da parassiti e altre avversità, l’agricoltore può fare ricorso esclusivamente alle sostanze di origine naturale espressamente autorizzate e dettagliate dal Regolamento europeo (con il criterio della cosiddetta “lista positiva”). 

Gli animali vengono allevati con tecniche che rispettano il loro benessere e nutriti con prodotti vegetali ottenuti secondo i principi dell’agricoltura biologica. Sono evitate tecniche di forzatura della crescita e sono proibiti alcuni metodi industriali di gestione dell’allevamento, mentre per la cure delle eventuali malattie si utilizzano rimedi omeopatici e fitoterapici limitando i medicinali.

Da uno studio del 2005 di Legambiente è risultato che le tracce di agrofarmaci contenuti nelle urine dei bambini scompaiono dopo pochi giorni di alimentazione organica. 

Alcuni studi hanno dimostrato che pesche, mele e kiwi organici hanno consistenza maggiore, e contengono una maggiore quantità di sostanze nutritive, vitamine e antiossidanti.


La polpa dei frutti e ortaggi organici contiene meno acqua e presenta dunque una concentrazione di nutrienti più elevata; inoltre le varietà scelte per la coltivazione organica che sono spesso più pregiate. L’ipotesi più accreditata per spiegare questi dati è che le piante organiche, non essendo aiutate dalla chimica a crescere e a difendersi, siano costrette a produrre da sole molte più sostanze protettive che hanno un effetto contro insetti, funghi e batteri. 


Per essere certificata “biologica”, un’azienda deve sostenere visite ispettive e rispondere a varie richieste per un periodo stabilito.  


Per saperne di più, qui e qui sul bellissimo sito europeo (disponibile in tutte le lingue dell’unione)

Évolution de l’agriculture biologique en Europe
Evoluzione dell’agricoltura biologica in Europa 

 

1993 

2002 

2004 

Surface (en millions d’ha)
Superficie (in milioni di ha) 

0,8 

5,5 

6,3 

Nombre d’exploitations
Numero di sfruttamento 

36 080 

160 458 

175 000 

Surface bio en Europe en 2003 en % (SAU bio/SAU nationale)
Superficie bio in Europa nel 2003 in % (SAU bio/SAU nationale
 

Pays/paese  Surface/superficie 
Italie/Italia  1 168 212 ha  8% 
UK/Gran Bretagna  724 523 ha  4,22% 
Allemagne/Germania  696 678 ha  4,1% 
Espagne/Spagna  665 055 
France/Francia  517 965 ha  1,7% 
Autriche/Austria  295 000 ha  11,6% 
Tchéquie/Reo. Ceca  235 136 ha  5,9% 
Suède/Svezia  214 120 ha  6,1% 
Danemark/Danimarca  178 360 ha  6,7% 
Finlande/Finlandia  156 692 ha  7% 

 

 

 

 

La dernière règlement au niveau européen date de septembre 2008, la 967/2008


Ca c’est au niveau législatif. Mais en pratique, ça veut dire quoi?


Quand on parle d’agriculture biologique, c’est pas correct, en fait il serait plus juste dire agriculture, ou élevage, organique. En opposition à l’agriculture conventionnelle qui emploit une grande quantité d’énergie auxiliaire provenant de procès industriels (chimique, extrazione, mécanique, ….) mais a de toute manière une base biologique (on plante quand meme pas des semences en plastique), tandis que celle organique (parlons juste), bien qu’elle utilise des machines pour l’extraction et le transport, … utilise et réutilise principallement des matériaux sous forme organique.

De plus l’aspect principale et de base de ce genre de gestion du terrain est d’utiliser une forme d’agriculture à faible impact sur l’environnement qui respecte et conserve les substances organiques du terrain, la biodiversité et les cycles naturels des saisons.

La philosophie derrière cette manière de cultiver des plantes et d’elever des animaux n’est pas seulement liée à l’intention d’offrir des produits sans résidus phytosanitaires ou engrais de synthèse (ce qui n’est pas si mal), mais aussi et surtout de ne pas déterminer dans l’environnement un impact négatif de pollution des eaux, du terrain et de l’air. Surtout on n’utilise pas de substance chimique de synthèse (engrais, désherbant, insecticide et pesticide en général) ni organismes gènétiquement modifiés  (OGM).

Pour la défence des cultures, on fait un travail de prévention, sélectionnant les espèces les plus résistantes aux maladies et en intervenant avec des tecniques de cultivation appropriées, par exemple:

- la rotation des culture, on évite ainsi de cultiver la meme plante sur le meme terrain pour plusieurs saisons de suite. De cette façon, d’un coté on empèche les parassites de trouver l’environnement qui leur est le plus agrèable et donc de prolifére, et d’un autre coté on utilise de manière plus rationnelle et moins intensive les substance nutritive du terrain;

- la plantation d’arbre et des haies afin de recréer le paysage, en donnant un lieu de vie aux prédateurs naturels des parassites, qui en plus créeront une barrière physique à certaines pollutions externes;

l’association de diffèrentes plantes, les uns désagrèables aux parassites des autres.

Dans l’agriculture organique on utilise des fertilisants naturels come le purin et d’autre substance organique compostées et l’engrais vert, c’est à dire planter des semences particulière come le trèfle ou la moutarde qui sera ensuite enfouie dans le terrain come engrais.

S’il se rend nécessaire intervenir pour la dèfence des cultures contre les parassite ou d’autres aversités, l’agiculteur peut recourir uniquement aux substances naturelles expressément autorisées et détaillées par le règlement européen (la liste positive).

Les animaux sont élevés avec des tecniques qui respectent leur bien-etre et nourris avec des produits végétaux obtenus selon les principes de l’agriculture biologique. Toutes les tecniques de forcement de croissance et toutes les méthodes industrielles de gestion de l’èlevage sont interdites, tandis que les traitements des maladies seront fait par des remèdes oméopatique et de fitotérapie limitant les médicaments.

Selon une étude de Legambiente du 2005, les traces de médicaments provenants de l’agriculture contenues dans les urines des enfants disparaissent après quelque jours d’alimentation organique.

Certaines études ont démontré que pèche, pommes et kiwi organiques ont d’avantage de consistance et contiennent une plus grands quantité de substances nutritionnelles, de vitamines et d’anti-oxidants.

La chaire des fruits et légumes organiques contient moins d’eau et présente donc un plus grande concentration de nutriant; de plus les variétés choisies pour la cultivation organique sont souvent de meilleures qualités.

L’hypothèse la plus acréditée pour expliquer ce fait est que les plantes organiques, n’étant pas aidées par la chimie pour grandir et se défendre, doivent produire toutes seules beaucoup plus de substance productive pour se défendre des insectes, bactéries et champignons.

Pour etre recevoir la certification de « biologique », les agriculteurs/éleveurs doivent subir des visites d’inspection et répondre à plusieurs prétentions.

Pour en savoir plus: ici, et encore sur le site européen (dans toutes les langues de l’union)


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