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IL FALLIMENTO DI COPENHAGEN

 

da IL SOLE 24 ORE

 

Per capire davvero perché la Conferenza sul clima di Copenhagen è finita in un mesto zero a zero dovreste chiedere al presidente Bush padre quanto è difficile mettere d’accordo il mondo. Parlare di surriscaldamento del pianeta mentre gran parte dell’Italia e degli Stati Uniti sono sotto la neve e il gelo sembra bizzarro, ma è doveroso. Che l’inquinamento sia un pericolo è chiaro: dove ci dividiamo è sul che fare?

Copenhagen è fallita perché tutti i suoi attori hanno fallito. Gli scienziati per primi: anziché discutere e ragionare, con umiltà, sul rischio dei gas serra, si sono lasciati andare a trucchetti da propagandisti, rubacchiando e mail e dati, con il goffo risultato di rendere ancora più scettica la già cinica opinione pubblica. Né i negazionisti dell’effetto serra escono meglio, non guardano neppure la roccia dove un giorno c’erano i ghiacciai e sfuggono al dato del buon senso: nel dubbio è bene limitare i rischi.
Quando la parola, dagli attivisti che ormai, pro o contro, fanno caciara e non battaglia di idee, è passata ai leader politici, il circo Copenhagen ha dato il peggio. Tra riunioni, steering committes, caucuses, commissioni, pranzi e colazioni di «lavoro», s’è deciso di nulla decidere e di rinviare tutto al 2010, sperando in chissà che cosa.

E cosa c’entra il presidente Bush padre, il vecchio George Herbert Walker, direte voi? Fu lui il primo, caduto il muro di Berlino 20 anni or sono, a capire quanto è difficile il multilateralismo, mettere insieme la volontà di paesi grandi e piccoli, poveri e ricchi, di varie fedi, latitudini e interessi. Ci provò con la I guerra del Golfo, convocata con egida Onu per sloggiare Saddam Hussein dal Kuwait nel 1990-91, e vide la sua armata, davvero internazionale, europei (compresi italiani e tedeschi ritornati alle armi dopo il 1945), arabi, africani, vincere senza poter raccogliere i frutti della vittoria e il suo Nuovo Ordine Mondiale, venne irriso dai no global e detestato dalla destra Usa, fino all’attentato devastante di Oklahoma City 1995.

Clinton vagheggiò una «terza via» negli anni del boom, l’11 settembre costrinse Bush figlio all’unilateralismo che aveva fatto denunciare alla Rice sulla rivista Foreign Affairs solo nella primavera 2000. Ma l’America sola contro tutti, fallì a sua volta. Una serie di mediocri segretari all’Onu, Boutros Boutros Ghali, Kofi Annan e ora l’esangue Ban Ki Moon, hanno tolto al Palazzo di Vetro sull’East River rigore e autorità. Putin governa a Mosca con molto petrolio e scarsa forza morale. I cinesi hanno peso economico e crescente armatura militare ma non creano consenso. Noi europei parliamo con troppe voci e siamo al tempo stesso egoisti e «politically correct», diciamo no agli Ogm che servirebbero in Asia e Africa , ma non sappiamo rinunciare ai sussidi e ai dazi che tengono sotto i poveri. I nuovi bulli del quartiere Terra, i Chavez, gli Ahmadinejad, i caudillos dell’America Latina, il Sudan, e i loro cicisbei d’Occidente hanno un solo obiettivo, far sfigurare Washington, Israele e le democrazie, il resto non conta.

In questo caos sperare in un piano da tutti condiviso che limitasse a due gradi Celsius (è il livello proposto dagli scienziati seri, fidatevi ne esistono ancora) l’effetto serra non era generoso, era infantile. Che Copenhagen non andasse da nessuna parte era scontato – per chi si occupa di queste vicende senza propaganda né egoismo – dall’inizio. Ora gli europei si lamentano (come quasi sempre…), Obama si dice deluso ma non troppo, la Cina non permetterà a nessuno di controllare le sue emissioni (forse che a Manchester, durante la rivoluzione industriale inglese, qualcuno monitorava l’inquinamento? si chiedono ironici a Pechino). Il presidente americano ha snobbato l’Unione Europea e provato a metter d’accordo il club dei nuovi potenti, il presidente sudafricano Zuma, il premier indiano Singh, il premier cinese Wen Jiabao e il
presidente brasiliano Lula. Non ce l’ha fatta.

Il dilemma del pianeta Terra che Copenhagen non ha saputo risolvere è semplice ma irriducibile. I paesi ricchi non sanno come mantenere il proprio standard di vita senza petrolio, i poveri non vogliono rinunciare alla crescita quando – dopo secoli di fame – è finalmente arrivato il loro turno. Solo un ritorno al buon senso potrebbe rimettere d’accordo tutti. Dimettere le ipocrisie ricchi-poveri, puntare sulle nuove tecnologie, investire nell’innovazione, capire che il prezzo del non fare sarà superiore a qualunque investimento. Puntare sulla tecnologia verde, sull’eco business, sul nucleare soft, su motori a petrolio con meno impatto ambientale può comprare tempo alla scienza per nuove direzioni di crescita.

Può darsi che abbia ragione il Nobel Stiglitz, convocato dal presidente Sarkozy un tempo super industrialista ma forse ammorbidito dalla bellissima signora Carla, e che il Pil e la ricchezza, non siano i soli segnali di felicità. Di certo la miseria resta segnale certissimo di infelicità, il Pil non basterà a tutto, ma dove langue ci sono più lacrime che sorrisi. Quanto al clima, scettici e creduloni, verdi e cinici, ricchi e poveri dovrebbero pensare a che cosa comporterà una migrazione di massa Sud-Nord dovuta a carestia e cambi climatici anche minimi: per esempio nel Sud del Mediterraneo.
Copenhagen ha fallito. In attesa del 2010 occorre continuare a lavorare per lo sviluppo, l’ambiente e un pianeta dove ci siano cibo, lavoro e ricchezza per tutti, dove le Maldive non siano sott’acqua e tonni, capodogli e calamari continuino a nuotare negli oceani mentre i bambini vanno a scuola e i genitori hanno un lavoro. Senza illusioni, senza disperare.

 

 


COPENHAGUE EN FIN DE COMPTE

Le Sommet de Copenhague s’est achevé sur un accord à minima juridiquement non contraignant pour lutter contre le réchauffement climatique à l’échelle mondiale. Une immense déception, notamment pour les pays en voie de développement.

Le réchauffement climatique provoque l'assèchement des rivières

Le Sommet de Copenhague devait être l’événement qui concrétisait la volonté de la grande majorité des pays du monde de lutter contre le réchauffement climatique et ses conséquences.

Il a été au contraire le révélateur des incohérences et des égoïsmes des Etats en matière de coopération internationale et de politique climatique. Pas de réductions d’émissions de gaz à effet de serre chiffrées, pas de calendrier ni de répartition du financement de l’aide aux pays en voie de développement, pas d’instance internationale pour vérifier les engagements en termes d’émissions, pas de poursuite du Protocole de Kyoto. Copenhague est pour le moment une coquille vide.

Les Nations Unies « prennent note » de l’accord de Copenhague, c’est-à-dire que le texte final n’est pas juridiquement contraignant pour les pays qui l’ont signé. 

Le Protocole de Kyoto s’arrête

Le Protocole de Kyoto, qui s’achève début 2013 et devait trouver une suite à Copenhague n’existera plus après cette date : les pays industrialisés ne voulaient pas d’un Protocole de Kyoto bis, qui ne contraignait pas les pays en voie de développement à réduire leurs émissions de gaz à effet de serre.

Les pays du sud souhaitaient au contraire un prolongement de Kyoto avec des objectifs de réductions d’émissions encore plus forts pour les pays riches et l’entrée des Etats-Unis dans le système.

Le texte de Copenhague reconnaît que la hausse des températures mondiales doit être inférieure à 2°C, ce qui avait déjà été spécifié lors du Sommet du G8 à l’Aquila au mois de juillet dernier. Mais les objectifs de réduction d’émissions de gaz à effet de serre des pays signataires de l’accord ne sont pas stipulés: aucun objectif précis de réduction d’émissions, même ceux sur lesquels l’Union Européenne, les Etats-Unis ou la Chine s’étaient engagés ne sont rappelés dans l’accord.

L’empire du milieu s’est d’ailleurs fermement opposé à la mise en place d’une instance internationale qui serait chargée de contrôles les émissions des différents pays, évoquant l’ingérence. 

Financement flou des pays pauvres

La création d’un « Fonds climatique vert de Copenhague » est spécifié dans l’accord : il soutiendra des projets de lutte contre la déforestation, de développement des énergies renouvelables, d’adaptation aux conséquences du réchauffement climatique pour les pays les plus démunis. Le chiffre de 100 milliards de dollars d’aide d’ici 2020 est évoqué, mais sans répartition des contributions à verser par les pays donateurs ni répartition des montants et des pays qui recevront ces aides.

10 milliards de dollars par an pendant les 3 prochaines années devraient être alloués par les pays les plus riches aux pays les plus pauvres et les plus vulnérables aux changements climatiques, mais la répartition n’est pas non plus établie.

Quel avenir pour Copenhague ?

Toutes les associations de défense de l’environnement, ONG, personnalités impliquées dans la lutte contre le réchauffement climatique ont un déploré un véritable « fiasco ».

« Pas de contrainte, aucun objectif à 2020 ni à 2050 : difficile d’imaginer pire conclusion pour la conférence de Copenhague » déclare Greenpeace. Nicolas Hulot  considère le résultat de Copenhague « consternant et affligeant ». Selon les Amis de la Terre, c’est « un échec dramatique ». »Les promesses affichées jusqu’à présent aboutiraient à un réchauffement de 3,5 degrés » constate le député européen Yannick Jadot.

« Le sommet de Copenhague n’est pas intéressant par son résultat mais par ce qu’il a permis de mettre en lumière » souligne Arnaud Gossement, porte-parole de France Nature Environnement. « L’échec de Copenhague peut créer un électrochoc à l’origine d’une mobilisation citoyenne plus importante qui permette réellement d’obtenir un accord juridiquement contraignant en 2010 : il sera difficile pour nos gouvernants de jouer deux fois de suite la même tragicomédie ! » explique-t-il.

Les Etats doivent se retrouver à Bonn dans 6 mois et à Mexico dans 1 an pour poursuivre les négociations, qui avaient débuté à Bali il y a 2 ans. Ils ont encore l’occasion de s’engager fermement contre le réchauffement climatique, au travers d’un accord chiffré et contraignant, favorable à l’avenir de l’humanité plutôt qu’aux intérêts nationaux à court terme.

Vedura 

 


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