sopra le nuvole, il cielo è azzurro


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I RESIDUI DEL NATALE – CE QUI RESTE DE NOEL

 

Riuscite a immaginare quanta carta colorata da pacchi e nastri e fiochi sono stati buttati via? la loro vita utile è durata…. quanto?…. pochi minuti comunque.

si poteva evitare, no?

 

 

Arrivez-vous à immaginer combien de papier cadeau, de ruban, de petits noeuds ont été jeté? combien ont-ils vécu?…. seulement quelques minutes.

on aurait pu éviter,non?

 


buddhist meditation music – zen garden

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IL FALLIMENTO DI COPENHAGEN

 

da IL SOLE 24 ORE

 

Per capire davvero perché la Conferenza sul clima di Copenhagen è finita in un mesto zero a zero dovreste chiedere al presidente Bush padre quanto è difficile mettere d’accordo il mondo. Parlare di surriscaldamento del pianeta mentre gran parte dell’Italia e degli Stati Uniti sono sotto la neve e il gelo sembra bizzarro, ma è doveroso. Che l’inquinamento sia un pericolo è chiaro: dove ci dividiamo è sul che fare?

Copenhagen è fallita perché tutti i suoi attori hanno fallito. Gli scienziati per primi: anziché discutere e ragionare, con umiltà, sul rischio dei gas serra, si sono lasciati andare a trucchetti da propagandisti, rubacchiando e mail e dati, con il goffo risultato di rendere ancora più scettica la già cinica opinione pubblica. Né i negazionisti dell’effetto serra escono meglio, non guardano neppure la roccia dove un giorno c’erano i ghiacciai e sfuggono al dato del buon senso: nel dubbio è bene limitare i rischi.
Quando la parola, dagli attivisti che ormai, pro o contro, fanno caciara e non battaglia di idee, è passata ai leader politici, il circo Copenhagen ha dato il peggio. Tra riunioni, steering committes, caucuses, commissioni, pranzi e colazioni di «lavoro», s’è deciso di nulla decidere e di rinviare tutto al 2010, sperando in chissà che cosa.

E cosa c’entra il presidente Bush padre, il vecchio George Herbert Walker, direte voi? Fu lui il primo, caduto il muro di Berlino 20 anni or sono, a capire quanto è difficile il multilateralismo, mettere insieme la volontà di paesi grandi e piccoli, poveri e ricchi, di varie fedi, latitudini e interessi. Ci provò con la I guerra del Golfo, convocata con egida Onu per sloggiare Saddam Hussein dal Kuwait nel 1990-91, e vide la sua armata, davvero internazionale, europei (compresi italiani e tedeschi ritornati alle armi dopo il 1945), arabi, africani, vincere senza poter raccogliere i frutti della vittoria e il suo Nuovo Ordine Mondiale, venne irriso dai no global e detestato dalla destra Usa, fino all’attentato devastante di Oklahoma City 1995.

Clinton vagheggiò una «terza via» negli anni del boom, l’11 settembre costrinse Bush figlio all’unilateralismo che aveva fatto denunciare alla Rice sulla rivista Foreign Affairs solo nella primavera 2000. Ma l’America sola contro tutti, fallì a sua volta. Una serie di mediocri segretari all’Onu, Boutros Boutros Ghali, Kofi Annan e ora l’esangue Ban Ki Moon, hanno tolto al Palazzo di Vetro sull’East River rigore e autorità. Putin governa a Mosca con molto petrolio e scarsa forza morale. I cinesi hanno peso economico e crescente armatura militare ma non creano consenso. Noi europei parliamo con troppe voci e siamo al tempo stesso egoisti e «politically correct», diciamo no agli Ogm che servirebbero in Asia e Africa , ma non sappiamo rinunciare ai sussidi e ai dazi che tengono sotto i poveri. I nuovi bulli del quartiere Terra, i Chavez, gli Ahmadinejad, i caudillos dell’America Latina, il Sudan, e i loro cicisbei d’Occidente hanno un solo obiettivo, far sfigurare Washington, Israele e le democrazie, il resto non conta.

In questo caos sperare in un piano da tutti condiviso che limitasse a due gradi Celsius (è il livello proposto dagli scienziati seri, fidatevi ne esistono ancora) l’effetto serra non era generoso, era infantile. Che Copenhagen non andasse da nessuna parte era scontato – per chi si occupa di queste vicende senza propaganda né egoismo – dall’inizio. Ora gli europei si lamentano (come quasi sempre…), Obama si dice deluso ma non troppo, la Cina non permetterà a nessuno di controllare le sue emissioni (forse che a Manchester, durante la rivoluzione industriale inglese, qualcuno monitorava l’inquinamento? si chiedono ironici a Pechino). Il presidente americano ha snobbato l’Unione Europea e provato a metter d’accordo il club dei nuovi potenti, il presidente sudafricano Zuma, il premier indiano Singh, il premier cinese Wen Jiabao e il
presidente brasiliano Lula. Non ce l’ha fatta.

Il dilemma del pianeta Terra che Copenhagen non ha saputo risolvere è semplice ma irriducibile. I paesi ricchi non sanno come mantenere il proprio standard di vita senza petrolio, i poveri non vogliono rinunciare alla crescita quando – dopo secoli di fame – è finalmente arrivato il loro turno. Solo un ritorno al buon senso potrebbe rimettere d’accordo tutti. Dimettere le ipocrisie ricchi-poveri, puntare sulle nuove tecnologie, investire nell’innovazione, capire che il prezzo del non fare sarà superiore a qualunque investimento. Puntare sulla tecnologia verde, sull’eco business, sul nucleare soft, su motori a petrolio con meno impatto ambientale può comprare tempo alla scienza per nuove direzioni di crescita.

Può darsi che abbia ragione il Nobel Stiglitz, convocato dal presidente Sarkozy un tempo super industrialista ma forse ammorbidito dalla bellissima signora Carla, e che il Pil e la ricchezza, non siano i soli segnali di felicità. Di certo la miseria resta segnale certissimo di infelicità, il Pil non basterà a tutto, ma dove langue ci sono più lacrime che sorrisi. Quanto al clima, scettici e creduloni, verdi e cinici, ricchi e poveri dovrebbero pensare a che cosa comporterà una migrazione di massa Sud-Nord dovuta a carestia e cambi climatici anche minimi: per esempio nel Sud del Mediterraneo.
Copenhagen ha fallito. In attesa del 2010 occorre continuare a lavorare per lo sviluppo, l’ambiente e un pianeta dove ci siano cibo, lavoro e ricchezza per tutti, dove le Maldive non siano sott’acqua e tonni, capodogli e calamari continuino a nuotare negli oceani mentre i bambini vanno a scuola e i genitori hanno un lavoro. Senza illusioni, senza disperare.

 

 


COPENHAGUE EN FIN DE COMPTE

Le Sommet de Copenhague s’est achevé sur un accord à minima juridiquement non contraignant pour lutter contre le réchauffement climatique à l’échelle mondiale. Une immense déception, notamment pour les pays en voie de développement.

Le réchauffement climatique provoque l'assèchement des rivières

Le Sommet de Copenhague devait être l’événement qui concrétisait la volonté de la grande majorité des pays du monde de lutter contre le réchauffement climatique et ses conséquences.

Il a été au contraire le révélateur des incohérences et des égoïsmes des Etats en matière de coopération internationale et de politique climatique. Pas de réductions d’émissions de gaz à effet de serre chiffrées, pas de calendrier ni de répartition du financement de l’aide aux pays en voie de développement, pas d’instance internationale pour vérifier les engagements en termes d’émissions, pas de poursuite du Protocole de Kyoto. Copenhague est pour le moment une coquille vide.

Les Nations Unies « prennent note » de l’accord de Copenhague, c’est-à-dire que le texte final n’est pas juridiquement contraignant pour les pays qui l’ont signé. 

Le Protocole de Kyoto s’arrête

Le Protocole de Kyoto, qui s’achève début 2013 et devait trouver une suite à Copenhague n’existera plus après cette date : les pays industrialisés ne voulaient pas d’un Protocole de Kyoto bis, qui ne contraignait pas les pays en voie de développement à réduire leurs émissions de gaz à effet de serre.

Les pays du sud souhaitaient au contraire un prolongement de Kyoto avec des objectifs de réductions d’émissions encore plus forts pour les pays riches et l’entrée des Etats-Unis dans le système.

Le texte de Copenhague reconnaît que la hausse des températures mondiales doit être inférieure à 2°C, ce qui avait déjà été spécifié lors du Sommet du G8 à l’Aquila au mois de juillet dernier. Mais les objectifs de réduction d’émissions de gaz à effet de serre des pays signataires de l’accord ne sont pas stipulés: aucun objectif précis de réduction d’émissions, même ceux sur lesquels l’Union Européenne, les Etats-Unis ou la Chine s’étaient engagés ne sont rappelés dans l’accord.

L’empire du milieu s’est d’ailleurs fermement opposé à la mise en place d’une instance internationale qui serait chargée de contrôles les émissions des différents pays, évoquant l’ingérence. 

Financement flou des pays pauvres

La création d’un « Fonds climatique vert de Copenhague » est spécifié dans l’accord : il soutiendra des projets de lutte contre la déforestation, de développement des énergies renouvelables, d’adaptation aux conséquences du réchauffement climatique pour les pays les plus démunis. Le chiffre de 100 milliards de dollars d’aide d’ici 2020 est évoqué, mais sans répartition des contributions à verser par les pays donateurs ni répartition des montants et des pays qui recevront ces aides.

10 milliards de dollars par an pendant les 3 prochaines années devraient être alloués par les pays les plus riches aux pays les plus pauvres et les plus vulnérables aux changements climatiques, mais la répartition n’est pas non plus établie.

Quel avenir pour Copenhague ?

Toutes les associations de défense de l’environnement, ONG, personnalités impliquées dans la lutte contre le réchauffement climatique ont un déploré un véritable « fiasco ».

« Pas de contrainte, aucun objectif à 2020 ni à 2050 : difficile d’imaginer pire conclusion pour la conférence de Copenhague » déclare Greenpeace. Nicolas Hulot  considère le résultat de Copenhague « consternant et affligeant ». Selon les Amis de la Terre, c’est « un échec dramatique ». »Les promesses affichées jusqu’à présent aboutiraient à un réchauffement de 3,5 degrés » constate le député européen Yannick Jadot.

« Le sommet de Copenhague n’est pas intéressant par son résultat mais par ce qu’il a permis de mettre en lumière » souligne Arnaud Gossement, porte-parole de France Nature Environnement. « L’échec de Copenhague peut créer un électrochoc à l’origine d’une mobilisation citoyenne plus importante qui permette réellement d’obtenir un accord juridiquement contraignant en 2010 : il sera difficile pour nos gouvernants de jouer deux fois de suite la même tragicomédie ! » explique-t-il.

Les Etats doivent se retrouver à Bonn dans 6 mois et à Mexico dans 1 an pour poursuivre les négociations, qui avaient débuté à Bali il y a 2 ans. Ils ont encore l’occasion de s’engager fermement contre le réchauffement climatique, au travers d’un accord chiffré et contraignant, favorable à l’avenir de l’humanité plutôt qu’aux intérêts nationaux à court terme.

Vedura 

 


SPRECO DI CIBO – GASPILLAGE D’ALIMENT

SPRECO DI CIBO - GASPILLAGE D'ALIMENT dans ecologia al quotidiano Poubelle

Vous vous rappellez de Tristan Stuart?

 

Et si, au lieu de chercher à augmenter la production agricole pour nourrir le monde, les hommes commençaient par cesser de gaspiller la nourriture ? Une étude, parue dans la revue scientifique PLOS One de novembre, démontre que, chaque année, 40 % de l’alimentation disponible aux Etats-Unis est jetée. Ce gâchis entraîne la dilapidation d’un quart de l’eau douce consommée annuellement dans le pays (utilisée pour produire ces aliments) et de l’équivalent en énergie de 300 millions de barils de pétrole par an. Ces données confirment des estimations antérieures du gaspillage alimentaire dans les pays développés, évalué de 30 % à 40 % des denrées.

Le phénomène touche également les pays en développement. Les chiffres sont discutés, mais les pertes atteindraient entre 10 % et 60 % des récoltes, en fonction des produits agricoles. « La pensée dominante veut que pour répondre au doublement de la demande alimentaire dans les décennies à venir, il faut augmenter la production, affirme Jan Lundqvist, directeur du comité scientifique du Stockholm International Water Institute (SIWI). Il serait plus rationnel de chercher d’abord à réduire le gaspillage. Celui-ci conduit à une dilapidation de ressources qui se font de plus en plus rares, notamment l’eau. »

Pour aboutir à leur estimation du gaspillage outre-Atlantique, des physiologistes de l’Institut national de la santé américain ont calculé la différence entre les quantités de nourriture disponibles dans le pays et la consommation des habitants, estimée à partir de l’évolution de leur poids moyen.

Résultat : en 1970, chaque Américain absorbait en moyenne 2 100 calories par jour, tandis que la nourriture disponible par personne équivalait à 3 000 calories. Aujourd’hui, ces chiffres atteignent respectivement 2 300 et 3 800 calories. Dans l’intervalle, le poids moyen a augmenté de 10 kg. « La différence entre les deux chiffres correspond aux quantités jetées, explique Kevin Hall, responsable de l’étude. Elles s’élevaient à un peu moins de 30 % de l’alimentation disponible en 1970, contre 40 % aujourd’hui. »

Dans les pays riches, l’essentiel des pertes a lieu « en bout de chaîne ». La distribution rejette une partie des produits en fonction de critères esthétiques, et applique des marges de sécurité importantes sur les dates limites de consommation. Mais des pertes considérables ont également lieu dans la restauration collective et… dans les cuisines des particuliers.

Une étude détaillée du contenu des poubelles en Grande-Bretagne, parue en novembre 2009, estime que 25 % des aliments achetés par les ménages sont jetés. On trouve dans les détritus, par ordre d’importance, des légumes frais et des salades, des boissons, des fruits, des produits de boulangerie, de la viande et du poisson… Selon WRAP (Waste and resources action programme), l’organisme public qui a mené l’enquête, l’essentiel de ce gaspillage est évitable : soit les aliments n’ont pas été consommés à temps, soit ils ont été préparés en trop grande quantité. Ils représentent l’équivalent de 13 milliards d’euros par an (soit 530 euros par ménage et par an), et 2,4 % des émissions de gaz à effet de serre du pays.

Dans les pays en développement, on ne parle pas de gaspillage, mais de pertes, et les raisons en sont très différentes. « Elles sont dues à de mauvaises conditions de récolte, de transport, de stockage, et à une formation insuffisante sur les méthodes de conservation des aliments », explique Stepanka Gallatova à l’Organisation des Nations unies pour l’alimentation et l’agriculture (FAO). Assez limitées pour les céréales, elles peuvent atteindre des volumes considérables pour les denrées périssables. Elles s’amplifient avec l’urbanisation : plus les lieux de consommation s’éloignent des lieux de production, plus la chaîne d’approvisionnement se complexifie et les risques de pertes augmentent.

Si le sujet est de plus en plus mis en avant par les chercheurs et des institutions spécialisées, il n’est pas à l’agenda des politiques prioritaires d’une grande majorité d’Etats. Dans les pays pauvres, la réduction des pertes serait cependant moins coûteuse que l’augmentation de la productivité agricole, selon Mme Gallatova. Elle estime toutefois que, « depuis la crise alimentaire (de 2008), le thème commence à susciter de l’intérêt parmi les pays en développement ».

Mais le sujet est complexe. « Il faut se méfier des solutions « magiques », affirme Michel Griffon, agronome, directeur général adjoint de l’Agence nationale de la recherche (ANR). De très nombreux acteurs sont impliqués dans la chaîne alimentaire. La réduction des pertes demande la mise en place de stratégies très sophistiquées. » En outre, si autant d’intervenants s’intéressent aux moyens d’accroître la production, et aussi peu à la réduction du gaspillage, c’est aussi parce que ce dernier représente un marché nettement moins attractif.

Parmi les pays développés qui ont fait de la fourniture d’alimentation à bas prix la pierre angulaire de leur politique, seule la Grande-Bretagne mène une politique de sensibilisation au gaspillage, en insistant sur les ressources dépensées et les déchets émis en pure perte : eau, énergie, engrais, pesticides, émissions de gaz à effet de serre (CO2 et méthane dans les décharges)… « Peu de gens se rendent compte qu’ils jettent autant, et peu savent que la production alimentaire consomme autant de ressources, affirme M. Lundqvist. Il est pourtant utile de faire le lien. Et cela peut permettre aux gens de faire des économies. » « Le gaspillage est lié à l’importance que les gens accordent à la nourriture, estime M. Griffon. Les ménages y consacrent aujourd’hui 15 % de leur budget, contre 40 % il y a soixante ans. Il existe cependant un risque de raréfaction de la nourriture au niveau planétaire dans les décennies à venir, donc de remontée des prix, qui pourrait mécaniquement réduire le gaspillage. » Selon l’agronome, les Etats devraient cependant sans attendre se saisir du sujet, et lancer contre le gaspillage alimentaire « des politiques comparables à celles menées en faveur des économies d’énergie ».

Gaëlle Dupont

 

spreco-769222 dans responsabilita'  collettiva

 

 

Vi ricordate di Tristan Stuart?

 

E se invece di cercare di aumentare la produzione agricola per nutrire il mondo, gli uomini cominciassero con lo smettere di sprecare il cibo? uno studio, apparso nella rivista scientifica PLOS One di novembre, dimostra che, ogni anno, 40% degli alimenti disponibili negli Stati Uniti viene buttato. Questo spreco contribuisce al dilapidarsi di un quarto dell’acqua potabile consumato annualmente nel paese (utilizzata per produre quei allimenti) e l’equivalente in energia di 300 milioni di barili di petrolio per anno. Questi dati confermano delle stime precedenti dello spreco alimentare nei paesi svilupati, stimate tra i 30 e 40% degli alimenti.

il fenomeno toca altresì i paesi in via di sviluppo. I numeri sono ancora studiati, ma le perdite si aggirerebbero intorno al 10 e 60% dei racolti, in funzione dei prodotti agricoli. « Il pensiero dominante è che per rispondere allo sdoppiamento della richiesta alimentare  nei prossimi decenni, occore aumentare la produzione, conferma Jan Lundqvist, direttore del comitato scientifico dello Stockholm International Water Institute (SIWI). Sarebbe più razionale cercare prima di tutto di ridure lo spreco. Questo porta ad una dilapidazione delle rissorse che si fanno sempre più rare, soprattutto l’acqua »

Per arrivare alla loro stima dello spreco oltremare, dei fisiologisti dell’Istituto nazionale della salute americano hanno calcolato la differenza tra le quantità di cibo disponibile nel paese ed il consummo degli abitanti, stimato a partire dell’evoluzione del loro peso medio.

Risultato: nel 1970, ogni americano assorbiva in media 2100 calorie al giorno, mentre il cibo disponibile per ogni persona era di 3000 calorie. Oggi, queste ciffre raggiungono rispettivamente 2300 e 3800 calorie. Nell’intervale, il peso medio è aumentato di 10 kg. « la differenza tra i due numeri corrisponde alle quantitè buttate, spiega Kevin Hall, responsabile dello studio. si possono quantificare ad un pò meno del 30% di alimenti disponibili nel 30%, contro il 40% di oggi »

Nei paesi ricchi, la maggior parte delle perditi ha luogo « alla fine ». La distribuzione butta una parte dei prodotti in base a criteri estetici, e applica dei margini di sicurezza importate sulle date limite per il consummo. Ma delle perdite considerevoli hanno luogo anche nella ristorazione collettiva e … nelle cucine private.

Uno studio detagliato del contenuto delle pattumiere in Gran Bretagna, parsa nel novembre 2009, stima che il 25% degli alimenti comprati per le famiglie sono buttati. Si trovano nei rifiutti, in ordine di importanza, delle verdure fresche e insalate, delle bibite, della frutta, dei prodotti di panificio, della carne e del pesce…. Secondo il WRAP (Waste and resources action programme), l’organismo pubblico che ha portato avanti l’inchiesta, la maggior parte di questo spreco si può evitare: o gli alimenti non sono consumati in tempo, o sono preparati in troppo grande quantità. Rappresentano l’equivalente di 13 miliardi di euros ogni anno (cioè 530 euro per famiglia e per anno) e il 2,4% delle emissioni di gas a effetto serra del paese.

Nei paesi in via di sviluppo, non si parla di spreco ma di perdita e le ragioni sono molto differenti. « sono dovute alle cattive condizioni di raccolto, trasporto, stockaggio e à una formazione insufficiente sui metodi di conservazione degli alimenti » spiega Stepanka Gallatova all’Organisazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e agricultura (FAO). Piuttosto limitate per quanto riguarda i cereali, possono raggiungere volumi considerevoli per i cibi deperibili. Si amplificano con l’urbanisazione: più i luogi di consummano si allontanano dai luoghi di produzione, più la catena di approvigionamento diventa complessa ed i rischi di perdita aumentano.

Se da una parte questi fatti sono sempre più studiati da ricercatori ed istituti specializzati, non è ancora all’agenda delle politiche prioritari della maggioranza dei paesi. Nei paesi poveri, la riduzione delle perdite sarebbe certamente meno costosa dell’aumento della produzione agricol, secondo la Signora Gallatova. Stima però che, « durante la crisi alimentari (2008), il tema commincia a succitare l’interesse tra i paesi in via di sviluppo »

Ma il soggetto è complesso. « occorre diffidare dalle soluzioni magiche »  afferma Michel Griffon, agronomo, direttore generale aggiunto dell’Agenzia nazionale della ricerca(ANR). Numerosi attori sono implicati nella catena alimentare. La riduzione delle perdite richiedono delle strattegie soffisticate » Inoltre, se tanti si interessano ai mezzi di accrescere la produzione, e così pochi alla riduzione dello spreco, è anche dovuto al fatto che rappresenta un mercato meno interessante.

Tra i paesi sviluppati che hanno fatto della distribuzione alimentare a basso prezzo un punto centrale della loro politica, solo la Gan Bretagna porta avanti una politica di sensibilizzazione allo spreco, insistendo sulle ressorse spese ed i rifiuti emessi per niente: acqua, energia, concime, pesticidio, emissioni di gas a effetto serra (CO2 e metano nelle discariche) … « poca gente si rende conto che ne buttano tanto, e pochi sanno che la produzione alimentare consumma tante rissorse, afferma il Signor Lundqvist. à effet de serre (CO2 et méthane dans les décharges)… « Peu de gens se rendent compte qu’ils jettent autant, et peu savent que la production alimentaire consomme autant de ressources, affirme M. Lundqvist. é però utile fare il legame. Permetterebbe alla gente di fare economie. » Lo spreco èp legato all’importanza che la gente dà al cibo, stima il signor Griffon. Le famiglie i consacrano oggi il 15% del loro redditto, contro il 40% di sessant’anni fa. Esiste però un rischio di notevole diminuzione di disponibilità alimentare a livello planetario nei prossimi decenni, e dunque di un aumento dei prezzi, che potrebbero mecanicamente ridurre lo spreco. » secondo l’agronomo, gli stati dovrebbero però occuparsi della cosa senza anteporre tempo, e lanciare contro lo spreco alimentare « delle politiche tale e quali a quelle in favore dell’economia di energia ».

Gaëlle Dupont

 

spreco dans siamo quello che mangiamo


COPENHAGEN

 

chiusura dei lavori.

 

fermeture des travaux.

 


RIENTRO DOLCE, LO PENSAVA ANCHE LUI

 

Non vi è situazione umana più tragica della persistenza di una condizione nociva per cui un rimedio è immediatamente disponibile.

A differenza delle pestilenze degli anni bui o delle malattie contemporanee che ancora non comprendiamo, la piaga moderna della sovrappopolazione è risolvibile con mezzi che ci sono noti e con risorse che sono in nostro possesso.

Quel che manca è non già una sufficiente conoscenza della soluzione, ma la consapevolezza universale della gravità del problema e la diffusione di informazione tra i miliardi di persone che ne sono vittime.

Martin Luther King


COPENHAGEN

 

dialogo tra Europa e Paesi del Sud sull’agricoltura e sulla cooperazione internazionale; dibattito sui rischi e gli investimenti contro il cambiamento climatico tra Onu, WWF e organizzazioni internazionali;

 

Dialogues entre l’Europe et les pays du sud sur l’agriculture et la coopération internationale; débats sur les risques et les investissements contre le changement climatique entre l’ONU, WWF et des organisations internationales.

 

 


DIVENTARE CITTADINO DEL MONDO (ECOLOGICO)

 

STOP THE FEVER!


COPENAGHEN:GERMANWATCH;LEGAMBIENTE,ITALIA PAGA SCELTE ERRATE

(ANSA) – COPENAGHEN, 14 DIC –

Italia terz’ultima in politiche nella lotta ai cambiamenti climatici, peggio di noi solo Canada e Arabia Saudita. Questo perche’  »si pagano le scelte sbagliate su carbone, autostrade e cemento ».

Lo afferma Legambiente in merito alla classifica generale dell’Indice sul clima 2010 del Germanwatch, presentato questa mattina al vertice Onu di Copenaghen e condotta annualmente dall’associazione tedesca in collaborazione con la rete delle associazioni ambientaliste Can (Climate Action Network) Europe e di Legambiente per l’Italia.

L’indice valuta le performance sul clima dei 57 Paesi che, insieme, sono responsabili di oltre il 90% delle emissioni del pianeta. In particolare il Climate Change Performance Index prende in considerazione il livello delle emissioni di anidride carbonica di ogni Paese, i trend delle emissioni nei principali settori (energia, trasporti, residenziale, industrie) e le politiche attuate per la lotta al mutamento climatico.

 »Una pessima figura per il nostro Paese – commenta Edoardo Zanchini, responsabile energia e clima di Legambiente – che dipende dal non aver ancora voluto cambiare le vecchie politiche in materia di trasporti, energia e edilizia, i settori che piu’ contribuiscono alle nostre emissioni di gas serra ».

A riprova di questa realta’, evidenzia Legambiente, le scelte portate avanti nell’ultimo anno: sono stati approvati tre progetti di grandi e inquinanti centrali a carbone, le priorita’ d’investimento in materia d’infrastrutture continuano a privilegiare per il 70% strade e autostrade, e perdura una incomprensibile incertezza per quanto riguarda gli incentivi per le fonti rinnovabili e gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici. In testa alla classifica Brasile, Svezia, Regno Unito e Germania.

In particolare, il rapporto 2010 mette in evidenza gli sforzi compiuti dal governo Lula, per ridurre la deforestazione, e la legge nazionale sulle politiche climatiche approvata dal Regno Unito per tagliare le emissioni nei prossimi anni. Agli ultimi posti Kazakhstan, Canada e Arabia Saudita. (ANSA). GU


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