MANGIARE ECOLOGICO IN FEBBRAIO - MANGER ECOLOGIQUE EN FEVRIER

FRUTTA

pompelmo - pamplemousse

kiwi

arancia - orange

mandarino - mandarine

 

 

VERDURE

porri - pourreaux

cavoli - choux

broccoli

carciofi - artichaut

cavolfiore - chou-fleur

finocchio - fenouil

radicchio - chicorée

spinacci - épinard

cavolini di bruxelles - choux de bruxelles




SIAMO QUELLO CHE MANGIAMO da un insegnamento di Thich Nhat Hanh- NOUS SOMMES CE QUE NOUS MANGEONS d’un enseignement de Thich Nhat Hanh

La colère, la frustration et le désespoir sont en relation étroite avec l’organisme et les aliments consommés. C’est pourquoi nous devons élaborer une stratégie nutritive, une façon de consommer qui nous protège de ces émotions. L’alimentation est l’un des aspects de la civilisation. Le mode de production, le genre de nourriture que nous absorbons, et la façon dont nous les mangeons sont intimement liés à la civilisation parce que les choix que nous faisons peuvent favoriser la paix et soulager les souffrances. 

Notre alimentation peut jouer un rôle déterminant dans notre vie émotionnelle. Elle peut contenir de la colère. Il faut savoir que  la chair d’un animal atteint de la maladie de la vache folle contient de la colère. Il en est de même pour d’autres types d’aliments. L’œuf ou le poulet peuvent également contenir beaucoup de colère, que nous consommerons et manifesterons plus tard, inéluctablement. 

De nos jours, les poulets sont élevés dans des fermes industrielles, où ils ne peuvent ni marcher, ni courir, ni rechercher leur nourriture dans le sol. Ils sont nourris uniquement par des êtres humains. On les entasse dans de petites cages où il peuvent à peine bouger. Ils restent debout jour et nuit. Imaginez-vous subir le même sort… Vous deviendriez fou. Et c’est précisément ce qui arrive aux poulets. 

Pour accroitre la production d’œufs, les producteurs ont imaginé de créer une alternance artificielle de lumière et d’obscurité. Ils utilisent un éclairage intérieur pour raccourcir le jour et la nuit, afin que les poules croient que vingt-quatre heures se sont écoulées et produisent ainsi davantage d’œufs. Ces poules sont porteuses de beaucoup de colère, de frustrations et de souffrance. Elles expriment ces émotions en attaquant leurs congénères. Elles se blessent les unes les autres avec leur bec, et certaines en meurent. Les producteurs ont alors eu l’idée de leur couper le bec. 

Ainsi, quand vous consommez la chair ou les œufs de ces volailles, vous ingérez en réalité des émotions violentes. Aussi, faites attention. Choisissez soigneusement vos aliments. Si vous consommez de la colère, vous deviendrez colérique ; il en va de même pour le désespoir. Si vous avalez de la frustration, vous éprouverez un sentiment de frustration. 

Nous devrions manger uniquement des œufs « heureux » issus de poules heureuses. Nous devrions éviter le lait issu de vaches en colère, et choisir uniquement du lait biologique, et faire notre possible pour encourager les producteurs à élever ces animaux d’une manière plus charitable. Nous devrions également acheter des légumes de l’agriculture biologique. Ils sont plus chers mais, pour compenser, nous pouvons en consommer moins. Nous pouvons apprendre à manger moins. 

 

 

 

 

La collera, la frustrazione e l’angoscia sono in relazione stretta con l’organismo e gli alimenti consumati. E il motivo per cui dobbiamo elaborare una strategia nutritiva, un modo di consumare che ci protegga da queste emozioni L’alimentazione è uno degli aspetti della civiltà. Il metodo di produzione, il genere di nutrimento che assorbiamo e il modo in cui li mangiamo sono intimamente legati alla civiltà perché le scelte che facciamo possono favorire la pace e sollevare dalle sofferenze.

La nostra alimentazione può giocare un ruolo determinante nella nostra vitae motiva. Può contenere della colera. Occorre sapere che la carne di un animale colpito dalla malattia della mucca pazza contiene colera. E così è per altri tipi di alimenti. L’uovo o il pollo possono anche contenere molta collera, che consumeremmo e manifesteremo più tardi, senza dubbio.

Ai giorni nostri, i polli sono allevati in fattorie industriali, dove non possono né camminare né correre ne cercare il loro cibo al suolo. Sono nutriti unicamente dagli umani. Vengono ammucchiati in piccole gabbie dove possono appena muoversi. Rimangono in piedi giorni e notti. Immaginate di subire lo stesso destino … diventeresti pazzi. Ed è esattamente quello che succede ai polli.

Per aumentare la produzione di uova, i produttori hanno immaginato di creare un alternanza artificiale di luce e oscurità. Utilizzano un impianto di luce interno per accorciare il giorno e la notte,  affinché le galline credano che siano passate 24 ore e producano così più uova.  Queste galline sono portatrice di molta collera, frustrazione e sofferenza. Esprimo queste emozioni attaccando le altre galline. Si feriscono tra di loro con il becco, e alcune ne muoiono. I produttori allora hanno avuto l’idea di tagliare loro il becco.

Così, se consumate la carne o le uova di quei volatili, ingerite in realtà delle emozioni violente. Fate attenzione. Scegliete con cura i vostri alimenti. Se consumate collera, diventerete colerici ; e così è anche per l’angoscia. Se ingoiate frustrazione, proverete un sentimento di frustrazione.

Dovremmo mangiare unicamente delle uova « felici » fatte da galline felici. Dovremmo evitare il latte fatto da mucche in colera e scegliere unicamente del latte biologico, e fare quanto possiamo per incoraggiare i produttori ad allevare questi animali in modo caritatevole. Dovremmo comprare delle verdure uscite dall’agricoltura biologica. Sono più cari ma, in compenso, ne possiamo consumare di meno. Possiamo imparare a mangiare meno.

CUCINARE CON RISPARMIO - CUISINER EPARGNANT

 

 

Quando cucinate cibi tagliati a pezzi (minestrone, stuffato, …) fate i pezzi più piccoli possibile.

Ci vorrà meno tempo per cuocerli, così risparmierete sul gas o eletricità e il cibo perderà meno vitamine.

Tutto da guadagnare.

 

 

quand vous cuisiner des mets couper en morceaux (grosse soupe de légumes, viande humide, …) couper les morceaux le plus petitement possible.

Il faudra moins de temps pour les cuire, et vous épargnerez ainsi sur le gas ou l'electricité et les ingrédients perderont moins de vitamine.

Vous y gagnerez tout le long.

 

 

MANGIARE ECOLOGICO IN GENNAIO - MANGER ECOLOGIQUE EN JANVIER

FRUTTA

pompelmo - pamplemousse

kiwi

arancia - orange

mandarino - mandarine

 

 

VERDURE

biettole - blette

porri - pourreaux

cavoli - choux

broccoli

carciofi - artichaut

cavolfiore - chou-fleur

finocchio - fenouil

radicchio - chicorée

spinacci - épinard

cavolini di bruxelles - choux de bruxelles




 

Buon 2010

tanti auguri di serenità, salute e….
di non perdere mai la retta via!

 

Très bon 2010

tous mes voeux de joie, santé et ….
de ne jamais perdre la route!

 

 

raccoltavetroriciclovetrocoreveraccoltaericiclovetroriciclarevetrobeneficiriciclovetroitaliavetroriciclato6.jpg

I RESIDUI DEL NATALE - CE QUI RESTE DE NOEL

 

Riuscite a immaginare quanta carta colorata da pacchi e nastri e fiochi sono stati buttati via? la loro vita utile è durata…. quanto?…. pochi minuti comunque.

si poteva evitare, no?

 

 

Arrivez-vous à immaginer combien de papier cadeau, de ruban, de petits noeuds ont été jeté? combien ont-ils vécu?…. seulement quelques minutes.

on aurait pu éviter,non?

 

buddhist meditation music - zen garden




IL FALLIMENTO DI COPENHAGEN

 

da IL SOLE 24 ORE

 

Per capire davvero perché la Conferenza sul clima di Copenhagen è finita in un mesto zero a zero dovreste chiedere al presidente Bush padre quanto è difficile mettere d'accordo il mondo. Parlare di surriscaldamento del pianeta mentre gran parte dell'Italia e degli Stati Uniti sono sotto la neve e il gelo sembra bizzarro, ma è doveroso. Che l'inquinamento sia un pericolo è chiaro: dove ci dividiamo è sul che fare?

Copenhagen è fallita perché tutti i suoi attori hanno fallito. Gli scienziati per primi: anziché discutere e ragionare, con umiltà, sul rischio dei gas serra, si sono lasciati andare a trucchetti da propagandisti, rubacchiando e mail e dati, con il goffo risultato di rendere ancora più scettica la già cinica opinione pubblica. Né i negazionisti dell'effetto serra escono meglio, non guardano neppure la roccia dove un giorno c'erano i ghiacciai e sfuggono al dato del buon senso: nel dubbio è bene limitare i rischi.
Quando la parola, dagli attivisti che ormai, pro o contro, fanno caciara e non battaglia di idee, è passata ai leader politici, il circo Copenhagen ha dato il peggio. Tra riunioni, steering committes, caucuses, commissioni, pranzi e colazioni di «lavoro», s'è deciso di nulla decidere e di rinviare tutto al 2010, sperando in chissà che cosa.

E cosa c'entra il presidente Bush padre, il vecchio George Herbert Walker, direte voi? Fu lui il primo, caduto il muro di Berlino 20 anni or sono, a capire quanto è difficile il multilateralismo, mettere insieme la volontà di paesi grandi e piccoli, poveri e ricchi, di varie fedi, latitudini e interessi. Ci provò con la I guerra del Golfo, convocata con egida Onu per sloggiare Saddam Hussein dal Kuwait nel 1990-91, e vide la sua armata, davvero internazionale, europei (compresi italiani e tedeschi ritornati alle armi dopo il 1945), arabi, africani, vincere senza poter raccogliere i frutti della vittoria e il suo Nuovo Ordine Mondiale, venne irriso dai no global e detestato dalla destra Usa, fino all'attentato devastante di Oklahoma City 1995.

Clinton vagheggiò una «terza via» negli anni del boom, l'11 settembre costrinse Bush figlio all'unilateralismo che aveva fatto denunciare alla Rice sulla rivista Foreign Affairs solo nella primavera 2000. Ma l'America sola contro tutti, fallì a sua volta. Una serie di mediocri segretari all'Onu, Boutros Boutros Ghali, Kofi Annan e ora l'esangue Ban Ki Moon, hanno tolto al Palazzo di Vetro sull'East River rigore e autorità. Putin governa a Mosca con molto petrolio e scarsa forza morale. I cinesi hanno peso economico e crescente armatura militare ma non creano consenso. Noi europei parliamo con troppe voci e siamo al tempo stesso egoisti e «politically correct», diciamo no agli Ogm che servirebbero in Asia e Africa , ma non sappiamo rinunciare ai sussidi e ai dazi che tengono sotto i poveri. I nuovi bulli del quartiere Terra, i Chavez, gli Ahmadinejad, i caudillos dell'America Latina, il Sudan, e i loro cicisbei d'Occidente hanno un solo obiettivo, far sfigurare Washington, Israele e le democrazie, il resto non conta.

In questo caos sperare in un piano da tutti condiviso che limitasse a due gradi Celsius (è il livello proposto dagli scienziati seri, fidatevi ne esistono ancora) l'effetto serra non era generoso, era infantile. Che Copenhagen non andasse da nessuna parte era scontato - per chi si occupa di queste vicende senza propaganda né egoismo – dall'inizio. Ora gli europei si lamentano (come quasi sempre…), Obama si dice deluso ma non troppo, la Cina non permetterà a nessuno di controllare le sue emissioni (forse che a Manchester, durante la rivoluzione industriale inglese, qualcuno monitorava l'inquinamento? si chiedono ironici a Pechino). Il presidente americano ha snobbato l'Unione Europea e provato a metter d'accordo il club dei nuovi potenti, il presidente sudafricano Zuma, il premier indiano Singh, il premier cinese Wen Jiabao e il
presidente brasiliano Lula. Non ce l'ha fatta.

Il dilemma del pianeta Terra che Copenhagen non ha saputo risolvere è semplice ma irriducibile. I paesi ricchi non sanno come mantenere il proprio standard di vita senza petrolio, i poveri non vogliono rinunciare alla crescita quando - dopo secoli di fame - è finalmente arrivato il loro turno. Solo un ritorno al buon senso potrebbe rimettere d'accordo tutti. Dimettere le ipocrisie ricchi-poveri, puntare sulle nuove tecnologie, investire nell'innovazione, capire che il prezzo del non fare sarà superiore a qualunque investimento. Puntare sulla tecnologia verde, sull'eco business, sul nucleare soft, su motori a petrolio con meno impatto ambientale può comprare tempo alla scienza per nuove direzioni di crescita.

Può darsi che abbia ragione il Nobel Stiglitz, convocato dal presidente Sarkozy un tempo super industrialista ma forse ammorbidito dalla bellissima signora Carla, e che il Pil e la ricchezza, non siano i soli segnali di felicità. Di certo la miseria resta segnale certissimo di infelicità, il Pil non basterà a tutto, ma dove langue ci sono più lacrime che sorrisi. Quanto al clima, scettici e creduloni, verdi e cinici, ricchi e poveri dovrebbero pensare a che cosa comporterà una migrazione di massa Sud-Nord dovuta a carestia e cambi climatici anche minimi: per esempio nel Sud del Mediterraneo.
Copenhagen ha fallito. In attesa del 2010 occorre continuare a lavorare per lo sviluppo, l'ambiente e un pianeta dove ci siano cibo, lavoro e ricchezza per tutti, dove le Maldive non siano sott'acqua e tonni, capodogli e calamari continuino a nuotare negli oceani mentre i bambini vanno a scuola e i genitori hanno un lavoro. Senza illusioni, senza disperare.

 

 

COPENHAGUE EN FIN DE COMPTE

Le Sommet de Copenhague s'est achevé sur un accord à minima juridiquement non contraignant pour lutter contre le réchauffement climatique à l'échelle mondiale. Une immense déception, notamment pour les pays en voie de développement.

Le réchauffement climatique provoque l'assèchement des rivières

Le Sommet de Copenhague devait être l'événement qui concrétisait la volonté de la grande majorité des pays du monde de lutter contre le réchauffement climatique et ses conséquences.

Il a été au contraire le révélateur des incohérences et des égoïsmes des Etats en matière de coopération internationale et de politique climatique. Pas de réductions d'émissions de gaz à effet de serre chiffrées, pas de calendrier ni de répartition du financement de l'aide aux pays en voie de développement, pas d'instance internationale pour vérifier les engagements en termes d'émissions, pas de poursuite du Protocole de Kyoto. Copenhague est pour le moment une coquille vide.

Les Nations Unies “prennent note” de l'accord de Copenhague, c'est-à-dire que le texte final n'est pas juridiquement contraignant pour les pays qui l'ont signé. 

Le Protocole de Kyoto s'arrête

Le Protocole de Kyoto, qui s'achève début 2013 et devait trouver une suite à Copenhague n'existera plus après cette date : les pays industrialisés ne voulaient pas d'un Protocole de Kyoto bis, qui ne contraignait pas les pays en voie de développement à réduire leurs émissions de gaz à effet de serre.

Les pays du sud souhaitaient au contraire un prolongement de Kyoto avec des objectifs de réductions d'émissions encore plus forts pour les pays riches et l'entrée des Etats-Unis dans le système.

Le texte de Copenhague reconnaît que la hausse des températures mondiales doit être inférieure à 2°C, ce qui avait déjà été spécifié lors du Sommet du G8 à l'Aquila au mois de juillet dernier. Mais les objectifs de réduction d'émissions de gaz à effet de serre des pays signataires de l'accord ne sont pas stipulés: aucun objectif précis de réduction d'émissions, même ceux sur lesquels l'Union Européenne, les Etats-Unis ou la Chine s'étaient engagés ne sont rappelés dans l'accord.

L'empire du milieu s'est d'ailleurs fermement opposé à la mise en place d'une instance internationale qui serait chargée de contrôles les émissions des différents pays, évoquant l'ingérence. 

Financement flou des pays pauvres

La création d'un “Fonds climatique vert de Copenhague” est spécifié dans l'accord : il soutiendra des projets de lutte contre la déforestation, de développement des énergies renouvelables, d'adaptation aux conséquences du réchauffement climatique pour les pays les plus démunis. Le chiffre de 100 milliards de dollars d'aide d'ici 2020 est évoqué, mais sans répartition des contributions à verser par les pays donateurs ni répartition des montants et des pays qui recevront ces aides.

10 milliards de dollars par an pendant les 3 prochaines années devraient être alloués par les pays les plus riches aux pays les plus pauvres et les plus vulnérables aux changements climatiques, mais la répartition n'est pas non plus établie.

Quel avenir pour Copenhague ?

Toutes les associations de défense de l'environnement, ONG, personnalités impliquées dans la lutte contre le réchauffement climatique ont un déploré un véritable “fiasco”.

“Pas de contrainte, aucun objectif à 2020 ni à 2050 : difficile d'imaginer pire conclusion pour la conférence de Copenhague” déclare Greenpeace. Nicolas Hulot  considère le résultat de Copenhague “consternant et affligeant”. Selon les Amis de la Terre, c'est “un échec dramatique”.”Les promesses affichées jusqu'à présent aboutiraient à un réchauffement de 3,5 degrés” constate le député européen Yannick Jadot.

“Le sommet de Copenhague n’est pas intéressant par son résultat mais par ce qu’il a permis de mettre en lumière” souligne Arnaud Gossement, porte-parole de France Nature Environnement. “L’échec de Copenhague peut créer un électrochoc à l’origine d’une mobilisation citoyenne plus importante qui permette réellement d’obtenir un accord juridiquement contraignant en 2010 : il sera difficile pour nos gouvernants de jouer deux fois de suite la même tragicomédie !” explique-t-il.

Les Etats doivent se retrouver à Bonn dans 6 mois et à Mexico dans 1 an pour poursuivre les négociations, qui avaient débuté à Bali il y a 2 ans. Ils ont encore l'occasion de s'engager fermement contre le réchauffement climatique, au travers d'un accord chiffré et contraignant, favorable à l'avenir de l'humanité plutôt qu'aux intérêts nationaux à court terme.

Vedura 

 

SPRECO DI CIBO - GASPILLAGE D’ALIMENT

Vous vous rappellez de Tristan Stuart?

 

Et si, au lieu de chercher à augmenter la production agricole pour nourrir le monde, les hommes commençaient par cesser de gaspiller la nourriture ? Une étude, parue dans la revue scientifique PLOS One de novembre, démontre que, chaque année, 40 % de l'alimentation disponible aux Etats-Unis est jetée. Ce gâchis entraîne la dilapidation d'un quart de l'eau douce consommée annuellement dans le pays (utilisée pour produire ces aliments) et de l'équivalent en énergie de 300 millions de barils de pétrole par an. Ces données confirment des estimations antérieures du gaspillage alimentaire dans les pays développés, évalué de 30 % à 40 % des denrées.

Le phénomène touche également les pays en développement. Les chiffres sont discutés, mais les pertes atteindraient entre 10 % et 60 % des récoltes, en fonction des produits agricoles. “La pensée dominante veut que pour répondre au doublement de la demande alimentaire dans les décennies à venir, il faut augmenter la production, affirme Jan Lundqvist, directeur du comité scientifique du Stockholm International Water Institute (SIWI). Il serait plus rationnel de chercher d'abord à réduire le gaspillage. Celui-ci conduit à une dilapidation de ressources qui se font de plus en plus rares, notamment l'eau.”

Pour aboutir à leur estimation du gaspillage outre-Atlantique, des physiologistes de l'Institut national de la santé américain ont calculé la différence entre les quantités de nourriture disponibles dans le pays et la consommation des habitants, estimée à partir de l'évolution de leur poids moyen.

Résultat : en 1970, chaque Américain absorbait en moyenne 2 100 calories par jour, tandis que la nourriture disponible par personne équivalait à 3 000 calories. Aujourd'hui, ces chiffres atteignent respectivement 2 300 et 3 800 calories. Dans l'intervalle, le poids moyen a augmenté de 10 kg. “La différence entre les deux chiffres correspond aux quantités jetées, explique Kevin Hall, responsable de l'étude. Elles s'élevaient à un peu moins de 30 % de l'alimentation disponible en 1970, contre 40 % aujourd'hui.”

Dans les pays riches, l'essentiel des pertes a lieu “en bout de chaîne”. La distribution rejette une partie des produits en fonction de critères esthétiques, et applique des marges de sécurité importantes sur les dates limites de consommation. Mais des pertes considérables ont également lieu dans la restauration collective et… dans les cuisines des particuliers.

Une étude détaillée du contenu des poubelles en Grande-Bretagne, parue en novembre 2009, estime que 25 % des aliments achetés par les ménages sont jetés. On trouve dans les détritus, par ordre d'importance, des légumes frais et des salades, des boissons, des fruits, des produits de boulangerie, de la viande et du poisson… Selon WRAP (Waste and resources action programme), l'organisme public qui a mené l'enquête, l'essentiel de ce gaspillage est évitable : soit les aliments n'ont pas été consommés à temps, soit ils ont été préparés en trop grande quantité. Ils représentent l'équivalent de 13 milliards d'euros par an (soit 530 euros par ménage et par an), et 2,4 % des émissions de gaz à effet de serre du pays.

Dans les pays en développement, on ne parle pas de gaspillage, mais de pertes, et les raisons en sont très différentes. “Elles sont dues à de mauvaises conditions de récolte, de transport, de stockage, et à une formation insuffisante sur les méthodes de conservation des aliments”, explique Stepanka Gallatova à l'Organisation des Nations unies pour l'alimentation et l'agriculture (FAO). Assez limitées pour les céréales, elles peuvent atteindre des volumes considérables pour les denrées périssables. Elles s'amplifient avec l'urbanisation : plus les lieux de consommation s'éloignent des lieux de production, plus la chaîne d'approvisionnement se complexifie et les risques de pertes augmentent.

Si le sujet est de plus en plus mis en avant par les chercheurs et des institutions spécialisées, il n'est pas à l'agenda des politiques prioritaires d'une grande majorité d'Etats. Dans les pays pauvres, la réduction des pertes serait cependant moins coûteuse que l'augmentation de la productivité agricole, selon Mme Gallatova. Elle estime toutefois que, “depuis la crise alimentaire (de 2008), le thème commence à susciter de l'intérêt parmi les pays en développement”.

Mais le sujet est complexe. “Il faut se méfier des solutions “magiques”, affirme Michel Griffon, agronome, directeur général adjoint de l'Agence nationale de la recherche (ANR). De très nombreux acteurs sont impliqués dans la chaîne alimentaire. La réduction des pertes demande la mise en place de stratégies très sophistiquées.” En outre, si autant d'intervenants s'intéressent aux moyens d'accroître la production, et aussi peu à la réduction du gaspillage, c'est aussi parce que ce dernier représente un marché nettement moins attractif.

Parmi les pays développés qui ont fait de la fourniture d'alimentation à bas prix la pierre angulaire de leur politique, seule la Grande-Bretagne mène une politique de sensibilisation au gaspillage, en insistant sur les ressources dépensées et les déchets émis en pure perte : eau, énergie, engrais, pesticides, émissions de gaz à effet de serre (CO2 et méthane dans les décharges)… “Peu de gens se rendent compte qu'ils jettent autant, et peu savent que la production alimentaire consomme autant de ressources, affirme M. Lundqvist. Il est pourtant utile de faire le lien. Et cela peut permettre aux gens de faire des économies.” “Le gaspillage est lié à l'importance que les gens accordent à la nourriture, estime M. Griffon. Les ménages y consacrent aujourd'hui 15 % de leur budget, contre 40 % il y a soixante ans. Il existe cependant un risque de raréfaction de la nourriture au niveau planétaire dans les décennies à venir, donc de remontée des prix, qui pourrait mécaniquement réduire le gaspillage.” Selon l'agronome, les Etats devraient cependant sans attendre se saisir du sujet, et lancer contre le gaspillage alimentaire “des politiques comparables à celles menées en faveur des économies d'énergie”.

Gaëlle Dupont

 

 

 

Vi ricordate di Tristan Stuart?

 

E se invece di cercare di aumentare la produzione agricola per nutrire il mondo, gli uomini cominciassero con lo smettere di sprecare il cibo? uno studio, apparso nella rivista scientifica PLOS One di novembre, dimostra che, ogni anno, 40% degli alimenti disponibili negli Stati Uniti viene buttato. Questo spreco contribuisce al dilapidarsi di un quarto dell'acqua potabile consumato annualmente nel paese (utilizzata per produre quei allimenti) e l'equivalente in energia di 300 milioni di barili di petrolio per anno. Questi dati confermano delle stime precedenti dello spreco alimentare nei paesi svilupati, stimate tra i 30 e 40% degli alimenti.

il fenomeno toca altresì i paesi in via di sviluppo. I numeri sono ancora studiati, ma le perdite si aggirerebbero intorno al 10 e 60% dei racolti, in funzione dei prodotti agricoli. “Il pensiero dominante è che per rispondere allo sdoppiamento della richiesta alimentare  nei prossimi decenni, occore aumentare la produzione, conferma Jan Lundqvist, direttore del comitato scientifico dello Stockholm International Water Institute (SIWI). Sarebbe più razionale cercare prima di tutto di ridure lo spreco. Questo porta ad una dilapidazione delle rissorse che si fanno sempre più rare, soprattutto l'acqua”

Per arrivare alla loro stima dello spreco oltremare, dei fisiologisti dell'Istituto nazionale della salute americano hanno calcolato la differenza tra le quantità di cibo disponibile nel paese ed il consummo degli abitanti, stimato a partire dell'evoluzione del loro peso medio.

Risultato: nel 1970, ogni americano assorbiva in media 2100 calorie al giorno, mentre il cibo disponibile per ogni persona era di 3000 calorie. Oggi, queste ciffre raggiungono rispettivamente 2300 e 3800 calorie. Nell'intervale, il peso medio è aumentato di 10 kg. “la differenza tra i due numeri corrisponde alle quantitè buttate, spiega Kevin Hall, responsabile dello studio. si possono quantificare ad un pò meno del 30% di alimenti disponibili nel 30%, contro il 40% di oggi”

Nei paesi ricchi, la maggior parte delle perditi ha luogo “alla fine”. La distribuzione butta una parte dei prodotti in base a criteri estetici, e applica dei margini di sicurezza importate sulle date limite per il consummo. Ma delle perdite considerevoli hanno luogo anche nella ristorazione collettiva e … nelle cucine private.

Uno studio detagliato del contenuto delle pattumiere in Gran Bretagna, parsa nel novembre 2009, stima che il 25% degli alimenti comprati per le famiglie sono buttati. Si trovano nei rifiutti, in ordine di importanza, delle verdure fresche e insalate, delle bibite, della frutta, dei prodotti di panificio, della carne e del pesce…. Secondo il WRAP (Waste and resources action programme), l'organismo pubblico che ha portato avanti l'inchiesta, la maggior parte di questo spreco si può evitare: o gli alimenti non sono consumati in tempo, o sono preparati in troppo grande quantità. Rappresentano l'equivalente di 13 miliardi di euros ogni anno (cioè 530 euro per famiglia e per anno) e il 2,4% delle emissioni di gas a effetto serra del paese.

Nei paesi in via di sviluppo, non si parla di spreco ma di perdita e le ragioni sono molto differenti. “sono dovute alle cattive condizioni di raccolto, trasporto, stockaggio e à una formazione insufficiente sui metodi di conservazione degli alimenti” spiega Stepanka Gallatova all'Organisazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e agricultura (FAO). Piuttosto limitate per quanto riguarda i cereali, possono raggiungere volumi considerevoli per i cibi deperibili. Si amplificano con l'urbanisazione: più i luogi di consummano si allontanano dai luoghi di produzione, più la catena di approvigionamento diventa complessa ed i rischi di perdita aumentano.

Se da una parte questi fatti sono sempre più studiati da ricercatori ed istituti specializzati, non è ancora all'agenda delle politiche prioritari della maggioranza dei paesi. Nei paesi poveri, la riduzione delle perdite sarebbe certamente meno costosa dell'aumento della produzione agricol, secondo la Signora Gallatova. Stima però che, “durante la crisi alimentari (2008), il tema commincia a succitare l'interesse tra i paesi in via di sviluppo”

Ma il soggetto è complesso. “occorre diffidare dalle soluzioni magiche”  afferma Michel Griffon, agronomo, direttore generale aggiunto dell'Agenzia nazionale della ricerca(ANR). Numerosi attori sono implicati nella catena alimentare. La riduzione delle perdite richiedono delle strattegie soffisticate” Inoltre, se tanti si interessano ai mezzi di accrescere la produzione, e così pochi alla riduzione dello spreco, è anche dovuto al fatto che rappresenta un mercato meno interessante.

Tra i paesi sviluppati che hanno fatto della distribuzione alimentare a basso prezzo un punto centrale della loro politica, solo la Gan Bretagna porta avanti una politica di sensibilizzazione allo spreco, insistendo sulle ressorse spese ed i rifiuti emessi per niente: acqua, energia, concime, pesticidio, emissioni di gas a effetto serra (CO2 e metano nelle discariche) … “poca gente si rende conto che ne buttano tanto, e pochi sanno che la produzione alimentare consumma tante rissorse, afferma il Signor Lundqvist. à effet de serre (CO2 et méthane dans les décharges)… “Peu de gens se rendent compte qu'ils jettent autant, et peu savent que la production alimentaire consomme autant de ressources, affirme M. Lundqvist. é però utile fare il legame. Permetterebbe alla gente di fare economie.” Lo spreco èp legato all'importanza che la gente dà al cibo, stima il signor Griffon. Le famiglie i consacrano oggi il 15% del loro redditto, contro il 40% di sessant'anni fa. Esiste però un rischio di notevole diminuzione di disponibilità alimentare a livello planetario nei prossimi decenni, e dunque di un aumento dei prezzi, che potrebbero mecanicamente ridurre lo spreco.” secondo l'agronomo, gli stati dovrebbero però occuparsi della cosa senza anteporre tempo, e lanciare contro lo spreco alimentare “delle politiche tale e quali a quelle in favore dell'economia di energia”.

Gaëlle Dupont

 




ne jamais oublier

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Palden Gyatso

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    Ce blog en bref

    mes posts naissent d'expériences personnelles, miennes et d'amis ou connaissances, de ce que je lis sur web ou sur livres, mais aussi du bon sens (ce qui est tout relatif). à la fin c'est un pot pourri qui ragrouppe des notions et des informations que je juge intéressantes.

    questo blog in breve

    i miei post nascono dalla mia esperienza personale mie e di amici e conoscenti, da quello che leggo su web o in vari libri, ma anche dal buon senso (che è tutto relativo). finalmente è un pot-pourri che raggruppa nozioni ed informazioni che mi sembrano interessanti.